La sostenibilità è pratica, non immagine
In queste settimane, nel menu, c’è un risotto con le erbe spontanee che memorabile è dir poco.
Ci sono gli asparagi, i piselli, lo spinacino. Verdi calamitanti, profumi freschi.
In questa rubrica non partiamo mai, o quasi mai, dalla cucina, per raccontarvi un’insegna.
Eppure qui ci è venuto naturale, com’è stato naturale scegliere il Riso secondo stagione, mercato e umori del territorio sull’unghia, senza nemmeno finire di leggere il menu. E lo è stato anche accogliere di buon grado il bis, quando ha fatto capolino a tavola.
“La gola sa accordarsi alla stagione e sarebbe normale lo facesse anche la cucina”: questa frase Alberto non l’ha detta proprio così, ma è come se l’avesse fatto, visto che la stagionalità è la prima cosa di cui parla quando gli chiediamo cosa connoti, davvero, per lui, una ristorazione sostenibile.
“Partirei dal prodotto. Per noi essere legati alla stagionalità è imprescindibile, eppure oggi sembra dato per scontato. È bello aspettare una stagione per poter assaggiare certi ingredienti. Noi la vediamo come una festa, come un percorso che non ha alternative. In Italia abbiamo una biodiversità enorme, e quindi una fortuna, di cui la maggior parte degli altri Paesi non dispone. Allora che senso ha non valorizzarla?”.
Finiamo per parlare di mode, di fermentazioni che hanno ragion d’essere in un locale che può disporre di prodotti freschi straordinari, come il suo, che può non farsi mancare nulla in qualsiasi stagione.
“Certe preparazioni sono nate per necessità, cioè per allungare la disponibilità di un prodotto, e hanno senso solo in alcuni luoghi. Dico che non possiamo ritrovarci a fare tutte le stesse cose, in Italia; cose che non appartengono alla nostra identità territoriale, ma ad esempio a culture nordiche in cui la conservazione ha un suo ruolo ben definito. Anche a me piace esplorare, assaggio di tutto, ma nel nostro ristorante vogliamo replicare la nostra cultura”.
Come abbiamo ripetuto tante volte, le dinamiche che riguardano un prodotto non sono l’unica faccia della sostenibilità. Ci sono anche l’ambito economico, e quello umano, soprattutto quello.
“Abbiamo sempre cercato una via sostenibile, raccontandola poco, perché per noi è un requisito scontato. Però, quello che è certo, è che non si può parlare di sostenibilità in un’attività che non paga gli stagisti, in cui il clima di lavoro è osceno, o in cui il conto economico è in perdita. Sono un titolare rigoroso ma Ivana e io non vogliamo ricadute negative nelle vite di chi lavora con noi, né tantomeno nelle nostre. Ed è così da sempre, da ben prima che questo tema iniziasse a circolare”.