A proposito di Bean-to-Bar, il termine era nato anche per mettere in luce filiere più trasparenti. Oggi la tracciabilità è un tema centrale, soprattutto alla luce delle nuove normative europee. Come vi ponete rispetto a questo tema?
“Il tema della tracciabilità nel cacao è estremamente complesso, soprattutto perché la filiera coinvolge spesso territori molto frammentati e un numero elevato di piccoli produttori. Le cooperative svolgono un ruolo fondamentale nel raccogliere e organizzare la produzione di moltissimi agricoltori, ma proprio questa complessità può rendere più difficile ricostruire in maniera estremamente dettagliata il percorso di ogni singolo lotto. Parliamo spesso di produttori che coltivano appezzamenti di dimensioni ridotte, tramandati da generazioni, e che lavorano in contesti molto diversi da quelli europei. L’introduzione di sistemi di geolocalizzazione, controllo documentale e certificazione rappresenta sicuramente un passo importante verso una maggiore trasparenza, ma richiede anche strutture, competenze e risorse economiche considerevoli. Inoltre il cacao rimane una materia prima agricola e, come tale, è soggetto a variazioni naturali nella produzione, nelle caratteristiche del raccolto e persino nei risultati delle analisi effettuate su campioni diversi dello stesso appezzamento. Per questo penso che la vera sfida sia trovare sistemi di tracciabilità sempre più affidabili, ma allo stesso tempo concretamente applicabili anche ai piccoli produttori.”
Quindi pensi che queste barriere burocratiche possano rischiare di penalizzare i piccoli produttori rispetto alle realtà più strutturate?
“È un rischio che secondo me va tenuto in considerazione. I sistemi di certificazione e di controllo sono fondamentali per rendere la filiera più trasparente, ma comportano inevitabilmente dei costi e una struttura organizzativa che per un piccolo produttore indipendente possono essere difficili da sostenere. Le realtà più grandi dispongono naturalmente di maggiori risorse economiche, amministrative e tecniche per adeguarsi rapidamente a questi requisiti. La sfida, quindi, sarà evitare che strumenti nati per migliorare la sostenibilità e la trasparenza della filiera finiscano involontariamente per rendere più difficile l’accesso al mercato proprio ai produttori più piccoli. Noi abbiamo scelto di lavorare molto sul rapporto diretto con l’origine e sulla possibilità di mostrare concretamente ai nostri clienti il percorso della materia prima. Quando un cliente acquista volumi importanti o desidera approfondire la provenienza del cacao, cerchiamo infatti di coinvolgerlo direttamente nella filiera, fino alla possibilità di visitare le piantagioni. Di recente abbiamo ospitato un team di quindici persone proveniente da Hong Kong, che è rimasto con noi per due settimane seguendo il processo relativo al proprio lotto di cacao. Hanno potuto osservare direttamente la raccolta, la fermentazione e l’essiccazione naturale prima della spedizione verso il nostro laboratorio di Verona, dove quella stessa materia prima viene poi trasformata nei prodotti che proponiamo al mercato. Crediamo molto in questo tipo di rapporto: non soltanto raccontare l’origine del cacao, ma permettere, quando possibile, di conoscerla e viverla direttamente.”