Per secoli la gelatina è stata un segno di lusso culinario, un dettaglio tecnico che raccontava ricchezza, tempo e abilità di cucina. Le prime attestazioni di piatti serviti in gelatina compaiono nei ricettari europei tra XIII e XIV secolo, soprattutto in Francia e in Inghilterra. Testi fondamentali come il Viandier attribuito a Taillevent e il Forme of Cury, di autore sconosciuto, descrivono carni e pesci in gelée o in gely. Al tempo si trattava di una tecnica tutt’altro che semplice. La sua preparazione richiedeva lunghe bolliture di parti di animali ricche in collagene, filtrazioni ripetute, attenzione costante alla limpidezza del liquido e, dopo la preparazione e la formatura, la pietanza andava lasciata rassodare a freddo fino a diventare compatta. Pe la sua grande laboriosità era una preparazione relegata alle cucine di corte, difficilmente replicabile in un contesto domestico medievale. Durante il Rinascimento la pratica si consolida e si raffina anche in Italia.
Nei testi di Maestro Martino e, più tardi, nell’opera monumentale di Bartolomeo Scappi compaiono pesci, capponi e selvaggina serviti ‘in gelo’, ed è in questo periodo che la gelatina diventa per la prima volta anche linguaggio estetico: sigilla, rende brillanti le superfici, ingloba gli ingredienti come in una vetrina commestibile e consente presentazioni ordinate e spettacolari.
Nei banchetti è un segno evidente di perizia tecnica e di disponibilità di personale dedicato a tutto il lavoro necessario per la sua preparazione. Ma è tra Sette e Ottocento che la gelatina vive il suo momento di massimo splendore, grazie principalmente ad un nome: Marie-Antoine Carême. Celebre cuoco di Napoleone, dello zar Alessandro I e di Giorgio IV, l’uomo trasforma la gelatina in architettura edibile, costruendone di monumentali, modellate come templi e palazzi. È il periodo in cui in tutta l’alta cucina europea la gelatina è considerata uno strumento di eleganza e distinzione, uno status che verrà mantenuto fino all’inizio del Novecento, dove ancora comparirà stabilmente nei grandi banchetti: persino il menu del Titanic, nel 1912, includeva ancora diverse preparazioni in gelatina, segno che il suo valore simbolico era tutt’altro che tramontato.