Giorni fa, prenotando il tavolo di una pizzeria, dove so, per averla già frequentata, che non è difficile trovare posto, recandosi direttamente al locale, senza aver riservato preventivamente, mi sono soffermato qualche secondo più del dovuto, leggendo che, allo scoccare di un’ora e trenta minuti dal nostro arrivo, avremmo dovuto liberare il tavolo.
Inutile nascondercelo, siamo ben consapevoli della scelta commerciale di diversi ristoranti di introdurre il doppio, se non il triplo turno. Si tratta di un’opzione adottata per ottimizzare costi e ricavi che, legittimamente, un imprenditore può applicare.
Da clienti, però, ci sentiamo costretti, derubati del nostro tempo libero. Ciò anche se, spesso, specie nel caso di una pizza, mangiamo anche in meno di mezz’ora. Il punto, però, è un altro, infatti, non solo andiamo al ristorante per vivere un’esperienza di piacere, di convivialità, che va ben oltre il mero atto di nutrirsi, ma il tempo limitato ci fa pensare a una catena di montaggio, a una mensa aziendale dove, per mangiare, hai i minuti contati, perché devi timbrare e tornare al tuo lavoro. Ricordate il cartone animato di Bruno Bozzetto intitolato “Vip, mio fratello superuomo”? Ecco la sensazione è un po’ quella descritta in alcuni fotogrammi di quell’opera.
Peraltro, la riflessione che è nata da quei secondi trascorsi, imbambolato davanti alla schermata della pizzeria, aveva come sottofondo il mio ricordo di un luogo dove, in realtà, non tengono affatto in conto del tempo che trascorri chiacchierando con i tuoi commensali, allora, perché i gestori di questo esercizio hanno deciso di inserire quella fastidiosa postilla? Siamo sicuri che nell’economia generale del ristorante, di quel ristorante, facesse la differenza imporre un orario limite? Credo di no. Insomma, un classico caso di non attenzione al cliente.
Ho scelto un caso limite, per non addentrarci in situazioni estreme di locali dove la questione del turno si intreccia con la prenotazione a tempo, come per i concerti, ma ne scriveremo un’altra volta.