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Gli obblighi al ristorante

23/07/2026

Gli obblighi al ristorante

Orari prefissati e cauzioni fanno passare la voglia di sedersi a tavola

Una premessa personale: non ho mai amato prenotare un ristorante telefonando, così, da quando la tecnologia mette a disposizione nuove modalità per riservare un tavolo, senza dover interagire con un umano, mi sento molto più a mio agio e scelgo ora e luogo del pasto digitando sulla tastiera di un computer o di uno smartphone.
Peraltro, mi sento un po’ parte di questa rivoluzione, avendo seguito la comunicazione della prima startup che introdusse in Italia la prenotazione digitale, il cui successo la fece acquisire da un colosso del settore. Non ne trassi alcun vantaggio, pazienza, ma non me ne rammarico. A metà anni ‘90 mi immaginai anche una carta di credito ricaricabile, ma le due banche, allora interpellate, non la ritennero interessante, era troppo presto, ma questa è un’altra storia, anche se, in parte, ha, anch’essa, a che fare con la ristorazione e i suoi obblighi.

 

Quanto premesso è propedeutico, infatti, a trattare un argomento che, a pelle, troviamo un po’ tutti fastidioso, ma che merita un approfondimento visto che tocca entrambe le parti in causa, clienti e ristoratori. 

Stiamo parlando di un paio di questioni che, apparentemente tecniche, possono risultare delicate nel rapporto che si instaura con la clientela.

La prima è l’obbligo di lasciare il tavolo entro un orario predeterminato, la seconda quella di comunicare i dati di una carta di credito per la cauzione in caso di mancato arrivo, il cosiddetto “no show”.

Sono, come scrivevo poc’anzi, argomenti sensibili, perché toccano, in maniera intrusiva, la nostra sfera privata e ci obbligano, appunto, ad accettare una seccante imposizione proprio mentre compiamo un’azione, quella di scegliere dove trascorrere il momento del pasto, che dovrebbe, invece, essere piacevole.

Giorni fa, prenotando il tavolo di una pizzeria, dove so, per averla già frequentata, che non è difficile trovare posto, recandosi direttamente al locale, senza aver riservato preventivamente, mi sono soffermato qualche secondo più del dovuto, leggendo che, allo scoccare di un’ora e trenta minuti dal nostro arrivo, avremmo dovuto liberare il tavolo.
Inutile nascondercelo, siamo ben consapevoli della scelta commerciale di diversi ristoranti di introdurre il doppio, se non il triplo turno. Si tratta di un’opzione adottata per ottimizzare costi e ricavi che, legittimamente, un imprenditore può applicare.
 

Da clienti, però, ci sentiamo costretti, derubati del nostro tempo libero. Ciò anche se, spesso, specie nel caso di una pizza, mangiamo anche in meno di mezz’ora. Il punto, però, è un altro, infatti, non solo andiamo al ristorante per vivere un’esperienza di piacere, di convivialità, che va ben oltre il mero atto di nutrirsi, ma il tempo limitato ci fa pensare a una catena di montaggio, a una mensa aziendale dove, per mangiare, hai i minuti contati, perché devi timbrare e tornare al tuo lavoro. Ricordate il cartone animato di Bruno Bozzetto intitolato “Vip, mio fratello superuomo”? Ecco la sensazione è un po’ quella descritta in alcuni fotogrammi di quell’opera.
 

Peraltro, la riflessione che è nata da quei secondi trascorsi, imbambolato davanti alla schermata della pizzeria, aveva come sottofondo il mio ricordo di un luogo dove, in realtà, non tengono affatto in conto del tempo che trascorri chiacchierando con i tuoi commensali, allora, perché i gestori di questo esercizio hanno deciso di inserire quella fastidiosa postilla? Siamo sicuri che nell’economia generale del ristorante, di quel ristorante, facesse la differenza imporre un orario limite? Credo di no. Insomma, un classico caso di non attenzione al cliente.
 

Ho scelto un caso limite, per non addentrarci in situazioni estreme di locali dove la questione del turno si intreccia con la prenotazione a tempo, come per i concerti, ma ne scriveremo un’altra volta.

Chiudiamo il nostro articolo sfiorando l’altro tema “obbligatorio”: la cauzione.
In Italia è una modalità affrontata ancora da pochi ristoratori. Di fatto, per evitare la spiacevole e maleducata azione di pochi, si chiede a tutti di anticipare una quota che verrebbe trattenuta in caso di mancato arrivo, di No Show (il non mostrarsi).
All’estero è più diffusa, anche normata in alcuni casi, in Italia no, quindi è un obbligo introdotto dal ristoratore per tutelarsi. Tuttavia l’italiano medio non ama farsi mettere le mani in tasca prima ancora di aver consumato, dunque, psicologicamente è un problema che può allontanare la clientela. Forse, se fosse lo Stato a regolamentare la materia, la cosa sarebbe più accettabile, rimane che, a volte, gli impedimenti al mancato rispetto di una prenotazione possono non dipendere dalla volontà dell’utente, ma qui si entrerebbe in una giungla in cui solo gli avvocati sanno e amano invischiarsi. 


In definitiva, questa opzione potrebbe essere introdotta come regola generale, affinché sia vissuta come prevenzione, meglio ancora come educazione, allo scopo di migliorare il rispetto reciproco tra cliente e ristoratore, avendo, però, cura di comunicarla bene, senza farla sentire come un’imposizione. Andare al ristorante deve rimanere un piacere.

a cura di

Aldo Palaoro

Giornalista ed Esperto di Relazioni Pubbliche, da quando non si conosceva il significato di questo mestiere. Ha costruito la sua professionalità convinto che guardarsi in faccia sia la base di ogni rapporto. Organizza corsi di scrittura e critica gastronomica.
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