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Grazie Carlin

22/05/2026

Grazie Carlin

Per la tua visione che hai sempre saputo condividere

Era il 1986, avevo da poco compiuto trent’anni e i sogni erano ancora ben presenti nella mia vita quando mi sono imbattuto in Arcigola. Era un movimento alle soglie di un’azione ancora poco presente nelle scelte, nelle conversazioni, nel dibattito sociale: il cibo.
E questo Petrini stava riunendo intorno a sé persone che avevano a cuore questo argomento che, per molti allora, era di tipo squisitamente edonistico. Del resto quelli erano i famosi anni Ottanta dei paninari.
Arcigola andava in controtendenza, i discorsi di Petrini, da tutti chiamato affettuosamente Carlin, erano legati a salvaguardare un mondo che, altrimenti, di lì a poco, probabilmente, non avrebbe più lasciato traccia di sé: quello dei contadini e dei piccoli produttori artigiani del cibo. Del resto lui sintetizzava così la sua visione. “Chi semina utopia raccoglie realtà”.

 

Tornando a quel fatidico 1986, mi ero iscritto subito ad Arcigola e, nella mia testa, avevo un progetto funzionale a dare corpo a quella visione della vita che si stava esprimendo: nel mio paesello c’era un bar osteria che era gestito da una signora di quasi novant’anni, con una cantina sotterranea di una bellezza indescrivibile e il campo da bocce annesso. Una sera radunai attorno a una bella tavola una quindicina di amici e proposi loro di subentrare nella gestione, facendone la sede locale di Arcigola. 

 

Non andò in porto e, di conseguenza, non divenni oste ma giornalista di enogastronomia. Peccato! Ma il mio credo in quella che sarebbe diventata poi Slow Food non è mai venuto meno.
Leggevo i libri di Carlin e entravo in una dimensione rara di piacere della lettura perché raccontavano di grandi obiettivi, di sogni che si potevano concretizzare, del valore che le persone meritano, soprattutto quelle che non arretrano di fronte alla minima difficoltà.

 

Fino al giorno in cui l’ho incontrato: era il luglio del 1997. Lo avevo chiamato per conferirgli il Premio Culatello d’Oro ideato dal Consorzio, a quel tempo presieduto da Massimo Spigaroli. Lui accettò e arrivo sulle sponde del Po al pomeriggio dell’evento insieme a Silvio Barbero, suo grande amico e segretario di slow Food: fu il pomeriggio in cui ho letteralmente bevuto ogni sua parola, ogni sua frase; è stato il miglior momento formativo che abbia mai vissuto, oltre che un piacere gastronomico straordinario.

 

Ebbi poi la fortuna di intervistarlo dove scaturì una summa di concetti apparentemente utopici che, da lì a qualche tempo, sarebbero di ventati realtà: l’Università di Scienze Gastronomiche, Terra Madre, il cibo buono, pulito e giusto erano gli argomenti.
“IL dolore per la sua scomparsa è enorme, – mi ha detto Nando Tribi, della comunità piacentina di Slow Food – ma più grande è la gratitudine che gli dobbiamo per il coraggio e la determinazione con cui ha costruito il nostro movimento”.

 

Grazie allora Carlin, di essere stato di questa terra, grazie per la tua visione che hai sempre saputo condividere, grazie per la tua umanità che dimostra quanto di buono c’è ancora in giro, grazie!

 

Per la foto ringraziamo l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo

a cura di

Luigi Franchi

La passione per la ristorazione è avvenuta facendo il fotografo nei primi anni ’90. Lì conobbe ed ebbe la stima di Gino Veronelli, Franco Colombani e Antonio Santini. Quella stima lo ha accompagnato nel percorso per diventare giornalista e direttore di sala&cucina, magazine di accoglienza e ristorazione.
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