Nel 1966, in piena Guerra Fredda, Castro ordinò la costruzione della più grande gelateria del mondo: si sarebbe chiamata Coppelia, come il balletto preferito della sua segretaria personale, Cecilia Sánchez, a cui affidò il progetto. Il locale fu costruito a tempo di record su un intero isolato del quartiere Vedado, all’Avana, e poteva ospitare fino a mille persone. A firmarlo fu l’architetto modernista Mario Girona. Il messaggio era chiaro: anche senza gli Stati Uniti, Cuba poteva eccellere in una parte del settore alimentare.
Coppelia divenne presto il fiore all’occhiello del nuovo regime. All’apice del suo successo, negli anni ’80, serviva cento gusti diversi a decine di migliaia di clienti al giorno. Le sedi satellite si moltiplicavano in tutto il paese. Il piatto forte era l’ensalada: cinque palline di gelato servite in coppa. Le code erano lunghe, ma il prodotto era buono. Talmente buono che persino alcuni visitatori americani lo consideravano il miglior gelato del mondo.
L’industria lattiero-casearia però richiede anche infrastrutture adeguate, clima favorevole e continui approvvigionamenti. E Cuba non aveva nessuna di queste cose. Le mucche da latte soffrivano il caldo tropicale, le importazioni erano ostacolate dall’embargo statunitense (imposto nel 1962), e la produzione interna era insufficiente. Per un po’ a colmare il vuoto ci pensarono gli alleati socialisti: latte dalla Germania Est, burro dall’Unione Sovietica, almeno fino al 1991.