Inoltre, vogliamo ricordarlo ancora una volta riportando una nota della FIPE: “Bar e ristoranti sono luoghi sicuri sia per i clienti che per i lavoratori. Anche gli ultimi dati diffusi dall’Inail sui contagi da Covid-19 nei luoghi di lavoro, letti nel modo giusto, ne danno conferma. Al netto di un leggero e fisiologico aumento dell’incidenza dei casi nel settore del turismo dovuto ad effetti stagionali le attività di ristorazione restano tra i luoghi più sicuri. Distanziamento tra i tavoli, mascherine al personale, accessi differenziati per i clienti in entrata e quelli in uscita, monitoraggio quotidiano delle condizioni di salute dei dipendenti, pulizia e sanificazione dei locali e gel igienizzante a disposizione di tutti, sono solo alcune delle rigide regole che tutti gli esercenti stanno seguendo e devono necessariamente continuare a rispettare per lavorare in sicurezza. Oltre a questo, come Federazione sosteniamo con convinzione la campagna a favore dell’utilizzo dell’App IMMUNI, che riteniamo possa essere uno strumento efficace per contrastare la diffusione del contagio. A questo proposito invitiamo tutti i nostri associati a esporre nei propri locali il QR code dell’app per consentire ai loro clienti di scaricarla”.
Un atteggiamento di responsabilità che viene mortificato da questa norma che sembra improvvisata ma che danneggia un settore che, ormai da mesi, è in crisi profonda.
E vogliamo rammentare, è sempre utile farlo, che il cibo non arriva nei ristoranti per grazia divina: c’è un’intera filiera che muove il cibo: i produttori agricoli, le aziende dell’agroindustria, i distributori. Anche su di loro ricade questa norma, aziende, soprattutto quelle della distribuzione, che nei mesi scorsi hanno visto crollare il fatturato del 90% e che stavano riprendendosi poco a poco, come ci ha spiegato Carmelo Nigro, presidente del gruppo Cateringross, il primo gruppo cooperativo di distribuzione nel food service: “Abbiamo passato mesi terribili, senza chiedere nessun aiuto assistenziale, onorando tutti i pagamenti dei fornitori per non interrompere una catena solidale, e ora ci arriva ancora addosso una norma che penalizza un settore, quello della ristorazione, che si è dimostrato tra i più attenti alle regole. È auspicabile una revisione di quelle righe del DCPM che segnano la morte certa di molte aziende del comparto”.
Infine una battuta ironica di uno chef siciliano, Maurizio Urso, che spiega su Facebook: “Forse Conte non ha capito che in Sicilia per un matrimonio 30 sono solo i camerieri in sala”. Una battuta che, però, la dice lunga di come la politica, oggi, non conosce il Paese che governa. E questo non va bene!
Luigi Franchi