Se c’è qualcosa che possiamo dire di aver appreso dalla recente cronaca gastronomica è che il mondo del cibo, spesso idealizzato, non è affatto privo di ombre. Grazie alla crescente attenzione che poniamo a queste dinamiche, sia da parte del pubblico che dei media, emergono sempre più spesso meccanismi che per lungo tempo sono rimasti ai margini del racconto, permettendoci di riconoscere criticità che prima passavano inosservate. Anche il ruolo di chi questo mondo lo racconta non è esente da rischi, anzi, forse comporta una responsabilità ancora maggiore. Il modo in cui si decide di parlare di qualcosa non è mai neutro: contribuisce a costruire immaginari, a orientare percezioni, influenzando poi l’intera società. E se questo lavoro, pur senza intenzione, nascondesse delle insidie? Se, nel selezionare linguaggi e narrazioni, finisse per riprodurre dinamiche di esclusione, per esempio razziste?
Una delle prime autrici a porre la questione davanti agli occhi di tutti è stata Toni Tipton-Martin con il suo celebre libro The Jemima Code. Attraverso lo studio di due secoli di libri di cucina afroamericani, l’autrice analizza come la cultura gastronomica abbia contribuito a costruire e diffondere stereotipi razziali. Anche se a prima vista può sembrare un’idea forzata, l’ambito culinario è talmente centrale nella costruzione culturale che riesce molto facilmente a diventare uno spazio in cui si riflettono le stesse disuguaglianze presenti nella società. Il razzismo, qui, raramente si manifesta in forme esplicite: agisce piuttosto attraverso rappresentazioni e gerarchie difficilmente individuabili da un occhio non allenato.