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Il razzismo nel piatto: chi raccontiamo quando parliamo di cibo

25/03/2026

Il razzismo nel piatto: chi raccontiamo quando parliamo di cibo

Tra gerarchie culturali, stereotipi e narrazioni selettive, il mondo gastronomico rivela dinamiche di esclusione spesso difficili da individuare

Se c’è qualcosa che possiamo dire di aver appreso dalla recente cronaca gastronomica è che il mondo del cibo, spesso idealizzato, non è affatto privo di ombre. Grazie alla crescente attenzione che poniamo a queste dinamiche, sia da parte del pubblico che dei media, emergono sempre più spesso meccanismi che per lungo tempo sono rimasti ai margini del racconto, permettendoci di riconoscere criticità che prima passavano inosservate. Anche il ruolo di chi questo mondo lo racconta non è esente da rischi, anzi, forse comporta una responsabilità ancora maggiore. Il modo in cui si decide di parlare di qualcosa non è mai neutro: contribuisce a costruire immaginari, a orientare percezioni, influenzando poi l’intera società. E se questo lavoro, pur senza intenzione, nascondesse delle insidie? Se, nel selezionare linguaggi e narrazioni, finisse per riprodurre dinamiche di esclusione, per esempio razziste?
 

Una delle prime autrici a porre la questione davanti agli occhi di tutti è stata Toni Tipton-Martin con il suo celebre libro The Jemima Code. Attraverso lo studio di due secoli di libri di cucina afroamericani, l’autrice analizza come la cultura gastronomica abbia contribuito a costruire e diffondere stereotipi razziali. Anche se a prima vista può sembrare un’idea forzata, l’ambito culinario è talmente centrale nella costruzione culturale che riesce molto facilmente a diventare uno spazio in cui si riflettono le stesse disuguaglianze presenti nella società. Il razzismo, qui, raramente si manifesta in forme esplicite: agisce piuttosto attraverso rappresentazioni e gerarchie difficilmente individuabili da un occhio non allenato. 

Il razzismo nel piatto: chi raccontiamo quando parliamo di cibo

È certamente un fatto che per secoli, interi sistemi culinari sono stati costruiti sul lavoro di gruppi marginalizzati, come schiavi, migranti e popolazioni indigene, senza che a questi venisse riconosciuta alcuna visibilità. Negli Stati Uniti, ad esempio, la cucina del Sud nasce dall’incontro forzato tra tradizioni africane, europee e native. Eppure, mentre il risultato è stato celebrato come patrimonio nazionale, le persone che lo hanno reso possibile sono state ridotte a figure anonime o stereotipate, proprio come la aunt Jemima che ha ispirato il nome del libro di Tipton-Martin.

Uno dei meccanismi più comuni è quello della semplificazione: le competenze tecniche diventano “talento naturale”, l’esperienza si riduce a istinto, il sapere a folklore. Un processo solo apparentemente innocuo, che in realtà serve a negare professionalità e a giustificare una sorta di gerarchia fra differenti gruppi di persone. Perché se qualcuno “cucina bene per natura”, allora vuol dire che non ha bisogno di formazione, e magari nemmeno di un riconoscimento o retribuzione adeguati.

Il razzismo nel piatto: chi raccontiamo quando parliamo di cibo

Il linguaggio gioca un ruolo decisivo in questi processi. Alcuni tipi di cucina, tipicamente europei, vengono considerati raffinati e universali, mentre altri sono etichettate come “etnici”, “esotici” o “poveri”. Si tratta di una distinzione tutt’altro che neutra, che riflette rapporti storici e pregiudizi con un fondo colonialista ed eurocentrico: noi siamo la culla del sapere, noi siamo meglio degli altri. Imparare a riconoscere questi meccanismi significa quindi guardare al cibo per quello che è davvero: non solo cultura e condivisione, ma anche racconto, potere e selezione. Perché ciò che finisce nel piatto è solo una parte della storia, il resto dipende da chi ha avuto la possibilità di scriverla, e da chi ne è invece stato escluso.

a cura di

Federico Panetta

Varesotto di origine, è come una biglia nel flipper dell'enogastronomia. Dopo la formazione alberghiera lavora in cucina e si laurea in Scienze Gastronomiche presso l’Università di Parma. Oggi si occupa di comunicazione gastronomica collaborando con diverse riviste di settore.
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