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Il vero volto del Thanksgiving: tra mito e storia coloniale

01/12/2025

Il vero volto del Thanksgiving: tra mito e storia coloniale

Come una celebrazione pensata per unire due culture abbia finito per tramandare una versione unica della storia, semplificando un passato molto più complesso

Tutti conoscono il nome Thanksgiving, e magari anche alcuni suoi piatti simbolo come il tacchino arrosto o il corn bread. Molti però ignorano la storia che sta dietro questa festa statunitense, celebrata ogni anno il quarto giovedì di novembre e legata, nell’immaginario collettivo, a un armonioso incontro tra gli inglesi e le popolazioni native. Secondo la versione più diffusa infatti, nel 1621 alcuni coloni giunti da poco a Plymouth, nel Massachusetts, avrebbero festeggiato il raccolto insieme alla comunità Wampanoag locale, in uno dei rari momenti di scambio pacifico tra queste due culture tanto diverse. 
 

Dietro quella tenera scena conviviale però, si nasconde una realtà storica molto più dura, legata principalmente al fatto che si tende a nascondere il rapporto gerarchico che esisteva tra i due popoli: coloni e colonizzati. Se volessimo fare l’esercizio di rileggere la storia tenendo conto di questo particolare, potremmo scoprire che prima di tutto Plymouth, che viene raccontata come una terra ancora intatta e pronta ad accogliere gli inglesi, era in realtà un villaggio già esistente ma rimasto vuoto per via di un’epidemia di vaiolo causata dagli europei stessi, che aveva sterminato tutta la sua popolazione pochi anni prima. Inoltre, la figura dei coloni viene spesso raccontata come quella di persone in fuga da una persecuzione religiosa, mentre invece, pare che quelle stesse persone godessero già di libertà di culto in Europa. Il motivo che le spinse a sbarcare sulla costa orientale statunitense sarebbe quindi il più banale: cercare nuove opportunità economiche e lo spazio per costruire una società modellata sui loro ideali.

Nel racconto ufficiale compare anche la figura di Squanto, un uomo della banda Patuxet reso il simbolo di questo incontro tra culture. Anche la figura di quest’uomo però, potrebbe essere più complessa rispetto a come la storia vorrebbe che la ricordassimo. Quello che si sa è che l’uomo venne rapito dagli inglesi nel 1614 e venduto come schiavo in Spagna, potendo tornare nella sua terra solo cinque anni dopo, trovandola devastata dal vaiolo. Quando incontrò i coloni nel 1621, era una delle poche persone in grado di parlare la loro stessa lingua, e questo gli permise di diventare il celebre “tramite tra due mondi”, come viene ricordato oggi.  
 

Anche l’aspetto culinario della festa però, merita di essere analizzato. La versione contemporanea vorrebbe infatti che le celebri ricette che oggi vengono consumate nelle tavole imbandite di fine novembre siano esattamente le stesse dell’episodio avvenuto nel 1621, ma probabilmente, quel menu non somigliava affatto a quello di oggi. Niente tacchino farcito, né torte di zucca: i coloni non avevano burro, farina bianca e tantomeno forni.

Sappiamo invece che i locali offrirono cinque cervi e che sulla tavola finirono anatre, oche, zucca, erbe selvatiche, mirtilli e succotash, un celebre piatto nativo a base di mais e fagioli.  Il menù odierno invece, sembrerebbe essere stato deciso nella seconda metà dell’Ottocento, quando l’episodio del 1621 venne trasformato in mito nazionale. Con un Paese diviso dalla Guerra Civile, Abraham Lincoln proclamò il Thanksgiving festa ufficiale nel 1863, e fu allora che prese forma l’iconografia del tacchino, della tavola imbandita e dell’amicizia tra coloni e nativi: un rituale creato per unire una nazione ferita, non per ricostruire fedelmente un evento storico.
 

Raccontare oggi il Thanksgiving attraverso il cibo deve anche significare restituire voce a chi contribuì in modo decisivo alla sopravvivenza dei coloni e alla formazione della cucina nordamericana. Mais, zucca e selvaggina non sono solo ingredienti “originari”, ma tracce vive della cultura Wampanoag, sopravvissuta ai conflitti e alle epidemie. Preparare questi piatti può diventare un gesto di memoria: un modo per riconnettersi alla complessità delle origini della festa e per onorare le storie che, per molto tempo, sono rimaste ai margini del racconto ufficiale.

a cura di

Federico Panetta

Varesotto di origine, è come una biglia nel flipper dell'enogastronomia. Dopo la formazione alberghiera lavora in cucina e si laurea in Scienze Gastronomiche presso l’Università di Parma. Oggi si occupa di comunicazione gastronomica collaborando con diverse riviste di settore.
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