La cucina delle fiabe
È semplice, a base di frutti, prodotti della terra e del bosco, cibi legati al mondo contadino, spesso alla fame che dilatava la quaresima all’intero anno. Da qui la proiezione di desideri che imbandivano le tavole immaginarie di ogni ben di Dio e di paure ancestrali che popolavano le cucine di streghe, orchi e folletti.
Mentre le favole vedono come protagonisti animali portatori di saggezza e valori etici e morali, di cui spesso difettano gli umani, le fiabe sono caratterizzate dalla presenza di personaggi fantastici (buoni e cattivi) e spesso di bambini costretti a superare delle prove vitali.
Nelle più celebri versioni di Biancaneve, da Basile a Perrault, dai Grimm fino a Disney, i sette nani si nutrono principalmente di piatti rustici e sostanziosi per recuperare le energie spese nel duro lavoro in miniera. Con l'arrivo di Biancaneve passano dalla frugalità a una cucina casalinga ben curata.
In Pollicino (Perrault) le briciole di pane, disseminate nel bosco per ritrovare la strada di casa, rappresentano il legame con la famiglia e al tempo stesso la dura sopravvivenza di chi doveva dilazionare nel tempo una metaforica pagnotta.
In Le avventure di Pinocchio, di Collodi, l'uovo che il burattino tenta di friggere, prima che si schiuda con la fuga del pulcino, è allegoria della fame e delle occasioni involate. E quando Pinocchio finisce le tre pere che Geppetto gli ha dato per colazione, dopo essersi lamentato di avere ancora fame mangia le bucce e i torsoli, una lezione sull'importanza di non sprecare.
Alice nel Paese delle Meraviglie (Carroll): i "biscotti magici" (che fanno crescere o rimpicciolire) e l'immancabile "Tea Party" ribaltano le regole del banchetto in una trasfigurazione della realtà.
Raperonzolo, dei Grimm, narra di una madre incinta che, desiderosa di assaggiare dei raperonzoli coltivati da una potente maga, spinge il marito a rubarli scatenando la vendetta della megera che ne imprigionerà la figlia fino a che un principe…