La cuoca-artigiana Maria Di Giandomenico ci lascia una grande lezione di cucina di qualità, apparentemente semplice, garbata e sorridente, come lei
È morta Maria Di Giandomenico, per tutti “La Maria”, cuoca-artigiana che ha indicato a colleghe e colleghi più giovani (che nelle giornate libere s’accomodavano ai suoi tavoli) la pratica di una cucina che era esattamente come lei, sempre col sorriso e una forma di garbata ritrosia, con pochi ingredienti di grande qualità, ben distinguibili, piatti puliti, sempre invitanti, che ti facevano sentire ogni volta ospite privilegiato.
Scrivere di lei, cuoca del cuore per molti bolognesi, è un’affettuosa sfida, quasi come osare proporre di cucinare per lei ai tempi in cui teneva saldo il governo della trattoria rilevata col marito Gino Carati nel 1980 in via de’ Falegnami, a poca strada da piazza Maggiore. La storia del loro corteggiamento potrebbe essere la sequenza d’apertura di un film neorealista. Alla metà degli anni 50, Gino, camionista romagnolo classe 1927, punta regolarmente il muso del suo camion verso l’Abruzzo e si ferma sempre a mangiare a Popoli, piccolo paese dell’entroterra pescarese. Nella trattoria della famiglia Di Giandomenico si mangia bene ma la sua attenzione è rivolta alla cucina dove lavora la giovanissima Maria. Quando decidono di sposarsi lei accetta di trasferirsi con lui a Bologna portandosi in dote la passione per la cucina e un’innata capacità imprenditoriale. In capo a due anni lo convince a prendere in gestione una pizzeria ad Ozzano dell’Emilia, a pochi chilometri dal capoluogo. La pizza è una scusa, perché lei prende possesso della cucina e si narra che il venerdì e il sabato dovevano intervenire i carabinieri per regolare il traffico sulla via Emilia nei pressi del locale.
L’attività va avanti fino al 1968, poi arriva la decisione di aprire un bar a San Lazzaro di Savena per cercare di ridurre il carico di lavoro di Maria mentre Gino non molla il volante del suo camion. Fino a che lei non si rimette a fare la cuoca lavorando con un tizio che comprava dei locali mezzo andati in sfacelo che lei rilanciava e riempiva, poi l’altro li rivendeva felicemente.
Fino a quando nel 1980 non rilevano una trattoria aperta fin dagli anni ‘30 in via dei Falegnami. Il locale è mal ridotto ma La Maria ci vede il suo futuro, così dice a quel tizio di dimenticare i suoi traffici perché quel posto lo vuole solo per sé. Alla fine, anche Gino deve cedere alla determinazione della cheffa ed entra in forze alla trattoria celebrando le cotture sulle braci del camino e dedicandosi nell’ombra, anzi, nell’interrato, all’arte bianca e alla sfoglia, inscenando battibecchi con La Maria come due maschere della Commedia dell’Arte, come ricorda l’amico Helmut Failoni. Trascorso un anno di servizio militare, anche il figlio Paolo Carati comincia a impratichirsi in sala, affiancato dalla sorella Donatella. E prende vita un lungo periodo di superlavoro con due turni a pranzo e a volte anche tre a cena, per quelli che vanno al cinema alle 20.30; poi quelli della proiezione successiva, in attesa di chi uscendo dal cinema o dal Teatro Comunale vuol mangiare un boccone prima di rientrare a casa.