C’è una parola che negli ultimi anni è entrata nel linguaggio comune, perlomeno all’interno degli uffici marketing: cultural rebranding. Significa ripensare nome, immagine o comunicazione di un prodotto per liberarlo da riferimenti offensivi, adeguandolo alle sensibilità contemporanee in continua evoluzione. Anche un semplice gelato, infatti, può raccontare una storia di potere e sopraffazione, se il suo nome risulta problematico per alcune categorie di persone. È esattamente quello che è successo in Danimarca, quando la storica azienda gelatiera Hansen ha deciso di cambiare nome a uno dei suoi prodotti più amati: l’Eskimo.
Per decenni, “Eskimo” è stata una parola apparentemente innocua. Sia nella versione originale, che nella sua traduzione italiana (eschimese), evocava il freddo, la neve e la purezza di un vivere in ambienti non antropologizzati. Per molte comunità indigene, come gli Inuit, Eskimo è un termine offensivo, retaggio dell’epoca coloniale: secondo alcune ipotesi, deriverebbe da espressioni come “mangiatori di carne cruda” o “popolo degli stracci”, che hanno contribuito a cancellarne l’identità reale. Così nel 2020, sulla scia delle proteste antirazziste innescate dall’uccisione di George Floyd e in un Paese dove i dibattiti su inclusione e diversità sono particolarmente sentiti, Hansen decise di cambiare il nome del loro prodotto di punta, che quindi diventò O’Payo, un nome scelto come riferimento neutro al cioccolato usato per la copertura del gelato.