L’olivello spinoso è una pianta che ama le sfide, crescendo dove molte altre falliscono: suoli sabbiosi, scogliere battute dal vento, altopiani montani e lande fredde. È tra le specie più resistenti del continente eurasiatico e, secondo alcuni studi, fu una delle prime a ricomparire in Europa e Asia dopo l’ultima glaciazione, colonizzando rapidamente le terre esposte dal ritiro dei ghiacci.
Le sue bacche, di un arancione acceso, sono un concentrato di nutrienti: contengono grandi quantità di vitamina C, oltre a vitamina E, carotenoidi, flavonoidi, fitosteroli e un raro profilo lipidico vegetale, con acidi grassi omega 7, 3, 6 e 9.
Da secoli considerate medicinali, soprattutto in Asia centrale, le bacche venivano usate per trattare tosse, infiammazioni, ferite e disturbi gastrici. La loro fama crebbe nel XX secolo, durante l’era sovietica, quando l’olivello fu promosso come superfood ante litteram: l’olio, ottenuto dalla polpa o dai semi, veniva usato per curare ustioni e somministrato ai cosmonauti per proteggerli dalle radiazioni e rinforzare il sistema immunitario. Anche gli atleti olimpici dell’URSS lo assumevano per migliorare il recupero.
Secondo la leggenda, fu Gengis Khan il primo a intuirne il potenziale: pare che facesse nutrire i suoi cavalli con foglie e bacche prima delle campagne militari, notando un miglioramento nella forza e nella lucentezza del manto. Da qui deriverebbe anche il nome del genere botanico, Hippophae, dal greco hippos (cavallo) e phaos (splendere).
Oggi l’olivello spinoso è apprezzato anche nella gastronomia contemporanea. In Scandinavia, patria della New Nordic Cuisine, è usato per aggiungere note acide e aromatiche a dessert e piatti salati. Il ristorante Fäviken in Svezia lo serviva come sorbetto con panna di capra fermentata; al Noma di Copenaghen compare con regolarità in creme, salse, marinate e gelatine, apprezzato per il gusto agrumato e resinoso. Anche cocktail e birre artigianali ne sfruttano l’aroma inconfondibile.
Le bacche crescono vicinissime ai rami spinosi e sono difficili da raccogliere a mano. Per questo si recidono i rami, che vengono poi congelati: solo in seguito si separano bacche e foglie. Il congelamento non altera il sapore ma impedisce l’irrancidimento dell’olio contenuto nel succo. A volte l’olivello viene confuso con il prugnolo, che contiene sostanze amare e diventa edibile solo dopo il gelo: non è il caso dell’olivello, che si può assaggiare anche acerbo, quando è particolarmente acido.
La raccolta va da agosto a settembre. Le varietà coltivate maturano già dalla seconda settimana di agosto, quelle selvatiche poco dopo. Per il consumo domestico è possibile raccoglierne a mano anche alcuni chili, senza particolari difficoltà.
L’olivello spinoso è presente anche in Italia, dove cresce spontaneamente lungo l’Adriatico e in alcune aree alpine, ma resta poco valorizzato. Eppure, tra caratteristiche nutrizionali, resistenza climatica e storia culturale, è una pianta che meriterebbe maggiore attenzione.