Passerini vanta un curriculum di tutto rispetto ma la sua formazione in realtà è accademica, essendo laureato in economia. “Fino a ventiquattro anni – dice lui - avevo le mie chitarre, ho fatto un Erasmus in Spagna, ho imparato le lingue, ho vissuto, cosa che purtroppo molti ragazzi che iniziano in cucina troppo presto non hanno l'opportunità di fare perché lavorano troppo. “
Dopo la laurea nel 2002, con la fissazione per la cucina ebbe l’occasione di fare uno stage in un ristorante a Colonia. La sua formazione è iniziata sul campo, in uno stellato che aveva quattro tavoli, primo stagista della loro storia venuto dall'estero per lavorare gratis.
Poi va a Madrid, in piena epopea molecolare, e lavora in due ristoranti dove apprende tecniche che oggi non usa quasi più. A quel punto torna a Roma e assume la guida della cucina del creativo ristorante Uno e Bino, gestito da Giampaolo Gravina e dalla sorella Gloria, dove rimane fino al 2007.
Aveva da poco sposato Justine e, dopo un anno a Roma, lei aveva voglia di tornare a Parigi, Decidono di partire e arrivano nel settembre 2007, lui con in tasca uno stage con Alain Passard, al celeberrimo ristorante tre stelle Michelin L'Arpège, che sarebbe iniziato nel mese di novembre. Così Justine chiede ad Iñaki Aizpitarte e Giovanni va a lavorare in cucina con lui per un paio di mesi nel bistrot Le Chateaubriand. Passerini lo conosceva per avere letto un serie di articoli Gambero Rosso che Andrea Petrini aveva dedicato alla nuova generazione di chef a Parigi, recensendo il precedente ristorante di Aizpitarte, La Famille. Fu il suo primo forte impatto con Parigi, in un'atmosfera bohémien in cui si combinava cucina fusion e d'avanguardia, prodotti fantastici, musica a palla, atmosfera informale e post-punk.
Lo stage a L'Arpège fu un'esperienza profonda da cui ha tratto insegnamenti fondamentali perché, oltre alle cotture super tradizionali, Passard perseguiva una vena di spontaneità. Questo rafforzò in Passerini l’idea di cucinare in maniera istintiva, così da scegliere in seguito di cambiare menu anche ogni settimana.
Nei suoi articoli Petrini aveva scritto anche dello svedese Petter Nilsson col suo ristorante La Gazette. Passerini lo andò a trovare. Lui cercava un cuoco in tempi che combaciavano con la fine dello stage. Nacque una collaborazione durata quasi tre anni e Nilsson gli insegnò quello che a lui ancora mancava. Era un cuoco geniale, dotato di tecnica e manualità impressionanti. A quel punto, Passerini si sentì pronto a spiccare il volo e nel 2010 decise di aprire un proprio ristorante, Rino, con un menu fisso degustazione un po’ “rock ‘n roll”. Fu un successo.
Erano gli anni della caduta del “muro” della cucina molecolare, Parigi era un incredibile laboratorio gastronomico, era come stare a New York negli anni Ottanta, c'era un movimento nascente, emergevano giovani chef innovativi e aprivano piccoli ristoranti che avrebbero lasciato il segno.
Decise di chiudere Rino dopo quattro anni per aprire con sua moglie il Restaurant Passerini.