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Piccolo è utile, confrontarsi è meglio. Le dritte dal 68° Congresso di Assoenologi.

15/07/2013

Piccolo è utile, confrontarsi è meglio. Le dritte dal 68° Congresso di Assoenologi.
«Cinquant’anni di Doc: il territorio, il vino, l’enologo» è stato il tema che ha guidato il 68° Congresso Nazionale di Assoenologi, appena conclusosi ad Alba, sui quali gli enotecnici presenti si sono confrontati insieme al presidente Riccardo Cotarella, al direttore Giuseppe Martelli e ai tre fiori all’occhiello dell’enologia italiana, Angelo Gaja, titolare dell’azienda agricola di Barbaresco, Angelo Maci, AD di Cantine Due Palme in Puglia e Pietro Antinori, presidente di Marchese Antinori di Firenze.

Il volano dell’export in controtendenza rispetto alla crisi interna, il mercato del consumatore che ha progressivamente surclassato quello del produttore, la corrispondenza tra consumi e volumi per cui il fenomeno delle eccedenze, molto presente e dispendioso fino al più recente passato, ora pare essere in via di arresto, le sfide a cui si è chiamati dalla competizione globale, il ruolo degli artigiani del vino, la figura dell’enologo moderno, gli ipotetici miglioramenti burocratici e le proiezioni da qui a trent’anni con la formulazione di nuove sfide sotto il nome di ambiente e clima: non si sono risparmiati gli esperti nell’esame approfondito delle declinazioni anche scottanti dell’attuale scenario dell’Italian Wine, all’americana proprio perché, come sottolinea e sprona proprio Cotarella “dobbiamo andare fuori, oltre i nostri confini, confrontarci con il resto del mondo” perché l’export è la terra promessa del vino italiano, che rappresenta il 20,6% dell’export dell’intero settore agroalimentare, con 5 miliardi in valore, quasi il doppio del settore dolciario, più del doppio del lattiero-caseario, una volta e mezzo il settore pasta e quattro quello delle carni preparate.

Pietro Antinori ha enfatizzato quali potrebbero essere le vie di crescita: “Occorre ricorrere ai fondi Ocm vino destinati alla promozione nei Paesi extra Cee in aggiunta agli investimenti privati. In Cina abbiamo ancora una posizione molto debole. Per superare questa situazione si sta formando per la prima volta in Italia un gruppo importante costituito dall’Istituto del Vino Italiano di Qualità Grandi Marchi, dal Consorzio Italia del Vino e da altri soggetti come Enoteca di Siena, allo scopo di promuovere collettivamente il prodotto made in Italy”.

Angelo Gaja ha portato l’attenzione entro confine: “Il 53 per cento del settore è rappresentato dalle cooperative, il 26% dalle grandi aziende, il 21% da quelle piccole. Sono gli artigiani del vino e di loro troppo spesso ci si dimentica. Fino a pochi anni fa si imputava agli artigiani la colpa di essere un freno alla crescita del vino perché troppo piccoli. Io non sono un sostenitore del piccolo è bello, ma dico invece che piccolo è utile. Utile al comparto vinicolo perché gli artigiani forniscono vino sfuso di qualità agli imbottigliatori, che poi lo esportano, si segnalano per l’originalità dei loro prodotti. Fanno da richiamo, attirano gli enoturisti”.

Angelo Maci nel Salento è al vertice della Società Cooperativa Due Palme, esempio di associazionismo fra 1200 viticoltori, proprietari di 2400 ettari di vigneti (export di 7 milioni di bottiglie, fatturato 22,7 milioni di euro): “Due i punti di forza dell’etica e della cultura aziendale: il rispetto delle tradizioni in un’ottica di sviluppo sostenibile e una visione fortemente improntata al recupero e alla valorizzazione delle radici del territorio. Negli ultimi anni abbiamo portato avanti progetti con l’Università del Salento, il Cnr e siamo entrati in uno spin-off accademico con una quota societaria per la nascita di un’impresa finalizzata alla ricerca di lieviti”.

Giuseppe Martelli ha ricordato che Assoenologi raggruppa e rappresenta oggi 4 mila professionisti, ossia il 90 per cento dei tecnici vitivinicoli attivamente impegnati: “Se il vino italiano ha raggiunto i risultati che tutti gli riconoscono nel mondo è perché il ruolo dell’enotecnico è diventato importante e indispensabile. Anche i più scettici si sono convinti che la tradizione da sola non risolve i problemi, non migliora la qualità, non sana i bilanci delle aziende e che il vino, come qualsiasi altro prodotto biologico alimentare, senza tecnologia solo casualmente può essere di qualità”.

Se tradizione e tecnologia sono un binomio ormai imprescindibile, non va sottovalutata però anche la sfera burocratica, grosso scoglio tutto italiano ancora lontano dall’essere superato, anche se in una nota scritta il ministro delle Politiche Agricole, Nunzia De Girolamo, ha promesso un veloce intervento per «sfoltire le carte»: "Pochi sanno che a tutt’oggi sono circa una ventina gli enti deputati alle verifiche di settore. – ha voluto ricordare Martelli - Persino gli uffici comunali dovrebbero verificare tutto: vigneto, abitazione, cantine, acque reflue. Ma molte di queste verifiche sono anche di competenza delle Asl e di numerosi altri enti, tra cui l’Arpa, i Consorzi di tutela, l’ispettorato controllo qualità, i Nas, le Guardie forestali, la Guardia di Finanza. Ma anche i vigili del fuoco, la polizia provinciale. Entità che quando si svegliano piombano in cantina, magari in periodo di vendemmia, con squadre diverse per verificare le stesse cose. Un direttore di cantina oggi deve dedicare oltre il 20% del suo lavoro ad adempiere agli obblighi burocratici”.

E allora in futuro a cosa dovremo e potremo guardare?

All’esempio derivante dall viticoltura estrema, quella che ogni giorno deve fare i conti con zone desertiche, prive d’acqua oppure precipitate negli intensi rigori invernali. Bob Bertheau (Columbia Valley), Alberto Antonini (Mendoza, Argentina), Len Knoetze e Heinè Janse van Rensburg (Belville, Sudafrica), hanno raccontato come, grazie alla tecnologia, si può vincere e addomesticare le condizioni estreme di viticoltura. Secondo Martelli “le esperienze e il loro contributo servono ai nostri produttori e agli enologi per misurarsi con nuove realtà, trasformando le criticità in opportunità. Le mutate condizioni ambientali che da qualche anno si stanno registrando anche in Italia, con l’innalzamento dei picchi di temperatura, impongono a chi coltiva di adottare un approccio nuovo e più flessibile”. Alberto Antonini per esempio ha fondato “Matura”, società di consulenza globale nel settore vitivinicolo che opera nella zona dell’Aconcagua, una delle vette più alte delle Americhe: il «Modello Mendoza», laboratorio vivente basato sulla tecnologia e l’esperienza tramandata dai viticoltori italiani, ha raggiunto l’obiettivo di fare della regione una delle zone più vocate alla viticoltura; l’irrigazione dei vigneti avviene per scorrimento, attraverso canali realizzati da architetti italiani e ridisegnati sulla base dell’antico reticolo dei Maya.

La parola d’ordine che si evince, come invocazione e come speranza, è dunque “confronto”, con l’Italia che celebra quest’anno i 50 anni della legge istitutiva delle Doc e con il resto del mondo che ci aspetta ma che non sta a guardare.

Alessandra Locatelli