C'è stato un tempo in cui bastava inserire le parole "tradizione e innovazione" nella presentazione di un ristorante per evocare immediatamente qualità, ricerca e contemporaneità. È durato meno di quanto si pensi. O meglio, è durato meno il fascino dell'espressione che la sua presenza nei comunicati stampa. Ripetuta così tante volte da perdere progressivamente significato, quella formula si è trasformata in un passe-partout, buono per descrivere quasi qualunque cucina, al punto che oggi è sempre più difficile trovare chef disposti a definire il proprio lavoro attraverso quei termini.
Quando un'espressione si consuma, però, non è detto che scompaia anche l'idea che rappresentava. È forse in questo spazio che si è fatto strada il termine regressive cuisine, utilizzato per descrivere «una cucina che rivendica il ritorno ai sapori della memoria, ai piatti della tradizione e al comfort food, pur continuando a servirsi delle tecniche contemporanee». Una definizione che, a ben vedere, si sovrappone in larga parte a ciò che per anni il settore ha sintetizzato nella formula "tradizione e innovazione", oggi percepita da molti come inflazionata. Più che una nuova filosofia culinaria, potrebbe dunque trattarsi di un nuovo lessico per raccontare una pratica che la ristorazione non ha mai realmente abbandonato.
Eppure il momento in cui questa espressione compare non è casuale. Se è vero che gran parte della ristorazione ha sempre oscillato tra memoria e innovazione, è altrettanto vero che le grandi rivoluzioni gastronomiche degli ultimi cinquant'anni hanno costruito il proprio immaginario sull'idea di superare i confini del passato. Dalla Nouvelle Cuisine alla cucina molecolare, fino alla New Nordic Cuisine, il progresso è stato raccontato attraverso nuove tecniche, nuovi ingredienti, nuove estetiche e un costante desiderio di sperimentazione. Per molto tempo, nell'alta ristorazione, innovare è sembrato quasi un valore in sé.