Fare cultura del cibo
Quindi credo che il dibattito su cosa sia preferibile si debba spostare su un altro livello: su come accelerare la competenza, la cultura, il saper apprezzare la cucina da parte nostra, da parte degli italiani. Qui, forse, nonostante decine di trasmissioni televisive, migliaia e migliaia di pagine sull’argomento, scontiamo ancora qualche pecca.
Basta ascoltare la voce di un qualsiasi cameriere per scoprire che il prezzo è ancora, purtroppo, l’elemento di giudizio più utilizzato da chi, in Italia, sceglie di andare a cena fuori. E non stiamo parlando solo di ristoranti stellati; in quel caso, per noi, non esiste che ci si lamenti perché vuol dire non conoscenza. Non conoscenza di regole, tipologie di cucina, vini che, a quei livelli, cambiano. Se c’è una cosa tipica degli italiani è quella di fare, anche per la ristorazione oltre che per il calcio, argomento da bar: quanta gente non ha mai varcato la porta di un ristorante stellato eppure si sente in dovere di esprimere la sua opinione?!
E quanti sono, ancora, i cuochi costretti a dare porzioni da facchino perché altrimenti le persone non sono contente?
Qui, si, ci sarebbe da aprire un vero dibattito per creare una coscienza del cibo, ma non si fa mai, forse perché non è argomento da social.
E veniamo all’utilizzo delle materie prime e alle ricette della cucina italiana; altri gruppi di opinione pronti a scontrarsi, per fortuna all’arma bianca, per difendere i sacri confini: del tortellino, della costoletta, delle orecchiette, tanto per citare qualche piatto tipico. Se c’è una cosa che va attribuita al cibo come valore è che non ha confini, che è un volano di commistioni, di culture, di viaggi e di persone. Ricordare che il pomodoro è arrivato dalle Americhe non è mai sufficiente per dimostrare questa normalissima verità. Ricordare che la pasta non l’abbiamo inventata noi italiani altrettanto.
Questo cosa può significare? Una sola cosa, che al cibo bisogna guardare con apertura, della mente prima di tutto, poi di tutti i sensi dell’uomo.
Fino a pochissimi decenni fa (consiglio a tutti di leggere Il volgo disperso di Adriano Prosperi) l’agricoltura italiana, o meglio i contadini italiani vivevano in condizioni miserabili, disumane, e il loro mangiare, quello che oggi spacciamo per tradizionale, era in un pentolone che veniva messo a stracuocere sul camino con solo erbe. Questo per tutti i giorni della loro vita. E l’Italia aveva una popolazione, per l’80%, rurale. Onore al merito se oggi siamo un paese moderno, onore ad un’agricoltura che oggi ci offre i prodotti più buoni e sani del mondo. È stato un viaggio difficile, faticoso, e oggi si sta ritornando alla terra ma in condizioni degne di vita. Questo è ciò che dobbiamo esaltare, non la tradizione posticcia.
Dobbiamo esaltare le materie prime italiane, non fare battaglie di retroguardia cercando di mantenere immutabili negli anni le ricette. Lo stesso Artusi, nel 1907, dava ben tre versioni, ad esempio, del risotto alla milanese: una con il midollo di bue e il “vino bianco buono”, una con il Marsala, una con il burro e senza il vino. E il riso, ricordiamo anche questo, non era, fino a pochi decenni fa, un prodotto esclusivamente italiano.
Ecco, quindi, che torna la voce più vera e importante quando si parla di cibo: la libertà che, unita al buono, rende bellissimo questo argomento.