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Un decreto legge per riformare l’agricoltura. Ci dobbiamo credere?

03/07/2013

Un decreto legge per riformare l’agricoltura. Ci dobbiamo credere?
Fino ad ora è stato il ministro che meno si è fatto notare per esternazioni o prese di posizione, ma  nell’ultimo Consiglio dei Ministri Nunzia De Girolamo, al vertice politico del Ministero dell’Agricoltura, ha presentato un disegno di legge delega per, udite udite, “riformare entro due anni l’intero comparto agroalimentare”. In un Paese dove non si riesce a cambiare un regolamento condominiale se non dopo anni di assemblee, esposti e sentenze, la neo-ministra annuncia una rivoluzione copernicana a colpi di decreti legge per “riordinare le filiere agroalimentari atte a favorire la modernizzazione del sistema incentivando la gestione diretta degli imprenditori agricoli, della pesca, dell’acquacoltura e delle foreste”. Un progetto più ambizioso non era facile trovarlo e la signora De Girolamo per uscire dal silenzio ha voluto puntare in alto. Chi segue la materia sarà rimasto impressionato quanto lo siamo stati noi, dalla mole dei buoni propositi, dalle modifiche e riforme contenute nel disegno di legge. Presenta talmente tanti cambiamenti da suscitare non poche perplessità.

Una prima perplessità sta per l’appunto nel ricorrere ai decreti legge, anche se si sa essere diventata oramai l’unica scappatoia per decidere con velocità e scavalcare le pastoie burocratiche e i tempi parlamentari; ma proprio perché è così veloce il rimedio, la scappatoia è altrettanto debole sotto il profilo politico. A meno che non si abbia sempre una maggioranza compatta nelle commissioni parlamentari, cosa sulla quale nessuno scommetterebbe un centesimo. Per questo l’impresa ci sembra ardua per essere portata in porto con la sola regola del silenzio assenso. Inoltre, riordinare per decreto un comparto economico che presenta complessità molto articolate e tocca interessi intersettoriali come l’agroalimentare rimasto per anni ai margini degli impegni politici, ci sembra molto velleitario .

Ma nello specifico cosa si propone? Per la verità si sa ancora poco o nulla, sono circolati i titoli e i buoni propositi sui quali siamo tutti d’accordo. Come per esempio “cambiare le norme e gli strumenti che regolano l’occupazione regolare nel settore agricolo”, ma cosa si intenda fare in particolare e di concreto non si sa. Quali siano le proposte per superare il lavoro nero in agricoltura rimane un tabù. O quando si enuncia di “ridefinire gli strumenti sulla tracciabilità, etichettatura e pubblicità dei prodotti alimentari” cosa significhi e cosa si intenda fare, non lo si sa.  O ancora “razionalizzare i controlli alimentari per evitare fenomeni di concorrenza sleale”,  “facilitare l’insediamento e la permanenza dei giovani in agricoltura”, ma con quali interventi e risorse per “promuovere e sostenere l’export ” rimangono soltanto begli annunci. E considerato che ad enunciarli è stato un Ministro, ci si aspetterebbe che oltre alle buone intenzioni ci siano anche impegni precisi e idee concrete sul come intervenire, sperando una volta tanto che dalle parole si passi ai fatti.

Non vorremmo essere tacciati per disfattisti e polemici, lamentarsi troppo fa male agli altri e a se stessi, ma questo Paese ne ha sentite troppe e viste poche. Le cose anziché migliorarle le abbiamo viste peggiorare, per non parlare dell’agricoltura, dove il reddito è pressoché fermo ai livelli di trent’anni fa, e un sistema che vale il 17% del PIL nazionale meriterebbe invece una vera Riforma, e non enunciazioni con effetti tampone.

Roberto Martinelli