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Vino: un viaggio nel tempo

31/05/2022

La formazione del gastronomo professionista, come abbiamo più volte ribadito, è un potpourri di conoscenze di ambito diverso, che si legano strettamente le une alle altre attraverso il filo rosso dell’enogastronomia.
Durante il percorso di studi però c’è un momento, o un argomento, in cui si trova l’esemplificazione più limpida di tutte, il vino; un prodotto che da solo possiede e può raccontare ogni sfaccettatura delle Scienze Gastronomiche.
Apriamo quindi con questo numero una rubrica dedicata all’enologia, che vuole far spazio a piccole storie e grandi persone, gli artigiani del vino di qualità.

Il vino ha rappresentato, e rappresenta, per noi una vera e propria tradizione, alle volte una specie di rituale, di simbolo: con esso non accompagniamo soltanto i pasti, ma celebriamo incontri e avvenimenti a cui diamo importanza, suggelliamo unioni e infine ne facciamo oggetto di studio, ricerca e riflessione.
Il vino è storia. È storia quando i popoli ne hanno fatto la scoperta, quando lo hanno esportato o importato, mettendo in comunicazione realtà e contesti sociali di gran lunga differenti e lontani tra loro. È storia quando quegli stessi popoli ne hanno appreso i metodi di produzione e li hanno di volta in volta modificati e migliorati per renderlo sempre più gradevole e raffinato, come lo conosciamo oggi. Il vino è storia quando ha animato il Simposio, quella pratica conviviale ai tempi in cui la Grecia era al centro del mondo. Ed è storia, e ancor più cultura, quando ha ispirato la poesia, l’arte, il teatro, la musica e la letteratura. 

Ripercorriamone insieme la storia, dunque.


La viticoltura nasce nell’8.000 a.C. nel Caucaso ed in Mesopotamia, da qui si diffonde via mare attraverso il Mediterraneo e via terra attraverso i paesi slavi, centro e nord europei. Sono state ritrovate tracce di vite “allevata” risalenti ad oltre 100.000 anni fa. Se invece parliamo di forme non domesticate, numerosi fossili di vite ancestrale, ovvero varietà selvatiche non ancora adeguate per la produzione, ne testimoniano la presenza sulla Terra ben oltre 66 milioni di anni fa. 

Dalla Mesopotamia la vite si diffonde anche in Egitto, dove per i faraoni viene trasformata in quello che viene definito “prelibato nettare”. Fenici e Greci, invece, dapprima imparano ad apprezzarlo come prodotto di importazione, in seguito, a loro volta, ne diventano grandi produttori ed esportatori. È proprio in questo momento che il vino assume quelle caratteristiche simboliche che noi oggi gli riconosciamo: vino come elemento di convivialità, vino che riunisce, vino che dà ebbrezza.
A proposito di simbologie e di quest’ultima espressione, Omero parla di quel “buon vino di Itaca”, che Odisseo, uomo dal multiforme ingegno, diede a Polifemo per liberare se stesso e i suoi compagni dalla caverna in cui quello li teneva prigionieri. L’otre di vino, accettato come dono gradito, rense il ciclope ebbro e quindi vulnerabile, permettendo ad Odisseo e ai suoi compagni di accecarlo e fuggire. 


Ma andiamo avanti con questo rapido excursus. L’espansione ellenica verso le coste meridionali dello “stivale”, l’area che conosciamo tutti come Magna Grecia, determina l’ultimo passaggio verso quella che sarà la vera e propria culla del vino. Qui, prima gli Etruschi, poi i Romani, appresero le tecniche di viticoltura e trasformazione. A questi ultimi dobbiamo un grande merito, che non possiamo certo dimenticare. Essi per primi fecero un’importante distinzione, riconoscendo e classificando diverse varietà di uva; oltre a quella da tavola, furono identificati vitigni più o meno pregiati, produttivi o aromatici. E così, sebbene fossero soliti tagliare il prodotto della fermentazione con dosi variabili di acqua, per ridurne il tenore alcolico, ne fecero un prodotto di culto e largo consumo.
Fu quindi grazie a loro che avvenne la penetrazione dell’enologia oltre i confini della Penisola, all’interno del continente – Francia, Germania, Spagna – e verso l’ Europa orientale.
Con la crisi dell’Impero Romano, e le invasioni barbariche, inizia un vero e proprio periodo di decadenza della viticoltura.
Si fanno spazio la cervogia, antenata della birra, ed altre bevande fermentate tipiche del Nord Europa, e la civiltà del vino e dell'olio viene soppiantata da un'altra differente cultura.
Solo a partire dal V secolo, qualcosa cambia. L’Impero Romano d’occidente che aveva ammesso il culto del cristianesimo è ormai crollato ma questo non perde terreno: abbazie e monasteri continuano a presidiare i territori europei. Qui frati e monaci, nei loro domini, allevano la vite con grande cura per ottenere il vino da consumare durante il rito liturgico. Oltretutto imparano e migliorano le tecniche di produzione, anche grazie ai testi agricoli romani giunti in eredità dal mondo latino. È così che con essi la vite torna in auge nelle abbazie e nei monasteri.
Per questo motivo che oggi sono numerosi i nomi di vini italiani e francesi il cui nome è legato ad ordini monastici o luoghi anticamente consacrati.

Il viaggio del vino nella storia non finisce qui. Le vicende attorno a questo straordinario prodotto sono le più disparate e se pensiamo che oggi al mondo ci sono circa 8 milioni di ettari coltivati a vite, con una produzione di vino di circa 256 milioni di ettolitri che corrispondono a 34 miliardi di bottiglie, forse ha senso tornare sull’argomento, e lo faremo, nei prossimi mesi.



Giorgio Maria Zinno