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Due giorni fa a Cesenatico c’era un bellissimo mercatino della frutta e si vedeva che erano tutti produttori romagnoli. Pesche sode che mostravano orgogliose il cartello ‘no frigorifero’, albicocche che mettevano in bella mostra la loro dimensione e il loro cromatismo prefetto, agricoltori giovani che non facevano a tempo a stare dietro al numero di persone che affollavano i banchi.
Il prezzo medio di questa frutta estiva e vera era di un euro al chilo e, vista la qualità, pareva davvero troppo poco. Il paragone andava alla custodia del cellulare, di pura plastica prestampata, pagato, pochi minuti prima, 18 euro (quello più economico).
Ieri i giornali regionali mettevano in evidenza una dichiarazione dei sindacati di categoria sul fatto che “un chilo di frutta estiva – albicocche, susine, pesche – viene pagato al produttore appena 20 centesimi”. Una follia che mette a rischio l’intera produzione per il semplice fatto che all’agricoltore non conviene più produrre né tanto meno investire sulle future coltivazioni. Oltre al fatto che questo significherebbe 6.000 posti di lavoro in fumo solo in Romagna, la situazione mette in evidenza come un pezzo di filiera sta letteralmente strozzando l’anello debole della catena ma anche quello più determinante. Sono scenari di assurdità economica, commerciale e sociale che vanno interrotti, con l’aiuto dei consumatori in prima persona e dei ristoratori che, troppo spesso, non vanno mai oltre a fragole e ananas nelle loro proposte di frutta.
Servirà a poco ma chiediamo ai nostri amici ristoratori di farsi un giro tra le campagne romagnole, a scoprire e comprare direttamente quelle pesche meravigliose, le albicocche e le susine, a pagarle almeno quell’euro al chilo, ad aiutare quei giovani che, domenica scorsa, erano felici dietro ai loro banchi al mercato di vendere direttamente, senza sottostare al ricatto dei 20 centesimi al chilo.

Luigi Franchi

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