Chiambretti presenta Food & Company

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chiambretti-food-companyIl Salone del Gusto e la Fiera Internazionale del Libro sono i due principali motivi per cui vado a Torino, una città che ha saputo ridefinire la propria immagine con un notevole impegno pubblico e privato. Il piacere più bello è sedersi in uno dei tanti caffè che abbondano sotto i grandi portici del centro storico e prendere un aperitivo che qui, fortunatamente, non si chiama happy hours e credo resisterà ancora a lungo nella sua classicità. Del resto, l’abitudine risale al 1786, l’anno in cui Antonio Benedetto Carpano inventa il Vermouth che, dopo due secoli, resta un classico del rito torinese, accompagnato da un’abbondanza di stuzzichini che neanche il Boccaccio …

Proprio durante l’aperitivo, davanti alla storica osteria Porto di Savona, in attesa dell’ora di cena, incontro Piero Chiambretti che esce dall’osteria in compagnia di un suo amico, che poi mi guiderà nel magico mondo di Food & Company. Pur di corsa trova il tempo per rispondere, con una battuta delle sue, alla mia domanda sul perché si è “infilato nel mondo della ristorazione?”

Come John Belushi aprì un bar perché non sapeva dove andare a bere la sera, io ho aperto dei ristoranti perché non sapevo dove andare a mangiare!” mi risponde Chiambretti. La conversazione poi prosegue con il suo amico di sempre, Carlo Ferrari, a cui ha affidato il coordinamento dei suoi cinque locali torinesi: il Porto di Savona, il Birilli, l’Arcadia, lo Sfashion Cafè e la pizzeria Fratelli La Cozza. “Io e mio fratello Giulio veniamo da una discreta esperienza nel settore. Anni fa abbiamo aperto due ristoranti a Miami, il primo giapponese e il secondo con cucina South Western, sul tipo di quella messicana ma con una maggior raffinatezza. E, con questa storia alle spalle, abbiamo iniziato a collaborare con Piero al progetto Food & Company, senza un progetto”, mi racconta Carlo. Originale! “Mi spiego meglio. Per noi non esiste un format definitivo nella scelta di una tipologia di locale. Non c’è una strategia precisa, con Piero avevamo e abbiamo mille idee di format completamente diversi tra di loro, quando troviamo un locale che si adatta a una di queste idee apriamo un ristorante.”

AL PORTO DI SAVONA, TRIONFO DELLA SIMPATIA È così che mi ritrovo a visitare, nei giorni delle mie permanenze torinesi, tutti e cinque i locali. Ho cominciato la sera stessa al Porto di Savona: camerieri simpaticissimi, menu che più tradizionale non si può, al punto che ho soddisfatto il mio desiderio di tartare, che qui giustamente chiamano battuta di carne alla piemontese, per i mesi e gli anni a venire, senza dimenticare i tajarin al Castelmagno.

Il locale sembra intatto dal 1863, anno in cui è stato aperto, e questo gli è valso l’inserimento nei Locali Storici d’Italia: arredi vissuti, con molte storie da raccontare, a cominciare dal suo nome che trae origine dal fatto che proprio qui davanti, nell’Ottocento, partivano i collegamenti perla Liguria e, in particolare, per il porto di Savona.

ALL’ARCADIA LA REGOLA È NESSUNA REGOLA Il giorno dopo, aperitivo allo Sfashion Café e cena all’Arcadia. Lo Sfashion Café è bar, ristorante e pizzeria, ma soprattutto è follia architettonica pura.

Collocato nell’austera Galleria Subalpina, nel cuore della Torino d’altri tempi, è arredato con quello che, in quel momento, è passato per la mente ai tre amici, Piero, Carlo e Giulio: pareti dipinte a grandi righe pastello, oggetti ovunque e di ogni tipo.

Ci si può sentire come in un bar anni Settanta o al massimo dell’intimità nella saletta per due che affaccia sulla Galleria. Non pranzo, anche se la pizza tira gola fin dall’aspetto. Ceno invece alla sera lì accanto, all’Arcadia, nel dehors della Galleria: carta dei vini monumentale, carta dei piatti semplicemente originale. La scelta è tra un menu subalpino e uno giapponese, passando per il menu di pesce e un’infinità varietà di sushi. Decido per una sorta di melting pot gastronomico.Quando ci vuole, ci vuole!

TERZO GIORNO. PRANZO DAI FRATELLI LA COZZA E CENA DA BIRILLI I La Cozza sono sempre loro: Piero, Giulio e Carlo ma in cucina, o meglio a fare le pizze, c’è Aldo Brandi, l’unico discendente diretto di Raffaele Esposito Brandi che fu l’inventore della pizza Margherita, nel lontano 1889. Qui la pizza è davvero molto buona e il locale, insieme allo Sfashion, è stato il primo ad adottare, per le proprie pizze, il marchio comunitario Pizza Napoletana SGT (Specialità Tradizionale Garantita). Chiudo al Birilli, ascoltando da Carlo Ferrari la storia del locale: “Duilio e Cesare Birilli erano due di Cuneo che, nel 1927, emigrarono in America e, dopo una serie di vicissitudini tipiche di chi emigra, comprarono da Stanlio e Olio un ristorante a Los Angeles. Da quel momento fu un successo dietro l’altro, fino a Parigi, dove aprirono un altro ristorante, e ad Alessandria d’Egitto, alla corte di Re Farouk. Per poi coronare il sogno del rientro trionfale in patria.” Proprio qui, dove sto mangiando le carni piemontesi e argentine più buone che ci siano.“Nessun format”, mi ripete Carlo Ferrari, ma forse, anzi sicuramente, è meglio così.

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