Il Parmigiano Reggiano rilancia su export e filiera

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Alla presenza di Maurizio Martina, ministro alle Politiche Agricole, e agli assessori regionali dell’Emilia Romagna, Simona Caselli, e Lombardia, Giovanni Fava, oltre ai massimi vertici nazionali delle organizzazioni cooperative e dei produttori latte, il Consorzio del Parmigiano Reggiano ha chiamato a raccolta allevatori e soci produttori nella suggestiva rocca dei principi Meli Lupi di Soragna, per celebrare la costituzione del Consorzio avvenuto in questa cittadina parmense ottant’anni fa. Con un atto costitutivo per volontà del principe Bonifacio Meli Lupi e dei produttori di allora,  il Consorzio del “Grana tipico delle province di Parma, Reggio Emilia, Modena e Mantova alla destra del Po” vide il suo inizio come soggetto centrale dell’attività di produzione e commercio del formaggio arrivato ad essere considerato fra i più conosciuti al mondo.
Se le celebrazioni sono state doverosamente solenni con tanto di attestato per i politici intervenuti,  il tema del convegno: “il Parmigiano Reggiamo e lo scenario post quote latte, il ruolo del Consorzio di tutela”, è stato invece un momento assai meno solenne per i tanti operatori intervenuti per ascoltare quale futuro gli spetta. Da quando nel 2008 Bruxelles ha deciso di togliere le quote latte, dal prossimo primo aprile, come giustamente ha ricordato il ministro Martina durante il suo intervento,  i nodi  sono arrivati al pettine e domandarsi oggi cosa fare fra due mesi  non ha senso perché di tempo, chi l’ha preceduto, ne ha avuto per fare ciò che oggi è considerato urgente.
Il “sistema” Parmigiano Reggiano si è barcamenato in tutti questi anni con alti e bassi di mercato, con prezzi non sempre allineati, ma bene o male ha permesso sia agli allevatori quanto sia ai 353 caselli di produzione che oggi vanta il Consorzio, di sopravvivere.
“Dopo trent’anni di normativa comunitaria – ha ricordato Giuseppe Alai, presidente del consorzio – si sta avvicinando una nuova fase di libera produzione zootecnica, che non significherà fare ciò che si vuole, ma ritrovarsi sui mercati con tanti soggetti e con molta più offerta di prodotti similari al Parmigiano Reggiano a prezzi al ribasso”.
Con la cessazione delle quote latte e quindi con la fine dei contributi comunitari,  quello che viene considerato il “re dei formaggi” si trova oggi povero e privo delle difese necessarie. Di fatto vi è una situazione di mercato insostenibile, nessun produttore di Parmigiano Reggiano può accettare prezzi di mercato a 7,5 euro al kilo che prima di arrivare alla vendita sosta sulle scalere dei caselli dai 18 ai 36 mesi. Appena due anni fa lo stesso formaggio veniva pagato 10 euro e già allora erano prezzi considerati dai produttori  poco remunerativi.
“In questa situazione di forte tensione – ha precisato il presidente Alai – i produttori non possono continuare a subire le strozzature di un mercato interno che penalizza la valorizzazione del prodotto e di un mercato estero troppo soggetto a impedimenti doganali e a difficoltà commerciali a cui il Consorzio non ha risorse sufficienti e possibilità politiche per agire”.
Essendo stata chiamata in causa la politica dai molti e qualificati interventi, il ministro Martina ha voluto rispondere affrontando il tema con la concretezza che lo contraddistingue. Il suo ministero ha convocato per il prossimo 11 febbraio un tavolo di lavoro operativo con gli attori della filiera e ha puntualizzato che il tempo fin qui perduto va recuperato con maggiore organizzazione
“Il comparto del Parmigiano Reggiano – ha sostenuto il ministro – va controllato e gestito altrimenti in questo mercato sempre più liberalizzato si perderebbe altro tempo e opportunità”. Dalle parole del ministro si è intuito una volontà a voler rafforzare i Consorzi come soggetti  di tutela.
Si tratterebbe di  affilare le armi per affrontare realtà che non sono più quelle di trent’anni fa, occorre essere competitivi non soltanto grazie alla politica ma con attività di promozione e marketing, capacità logistiche e commerciali per un sistema produttivo agroalimentare fatto di piccole realtà non in grado di competere da sole. Armi su cui si sta lavorando, ha detto il ministro, ma dai rumor raccolti tra i produttori di “parmigiano”che affollavano le sale affrescate di palazzo Meli Lupi, si è avvertita la sensazione  di essere ormai fuori tempo massimo. Ma la voglia di reagire per fortuna c’è, a tutti i livelli della filiera, come testimoniano le parole conclusive del presidente Giuseppe Alai: ”In questo contesto che ci si deve chiedere – ha detto Alai – se il nostro Consorzio debba associare solo i trasformatori o anche gli  allevatori, in un’ampia riflessione sulle sue funzioni, sull’interprofessionalità, sul come rendere più forte la coesione del sistema e sul ruolo fondamentale di quanti, all’interno del mondo agricolo, svolgono funzioni associative e di coordinamento, perché senza questo lavoro ampio e comune qualsiasi obiettivo diviene difficilmente perseguibile. Per far crescere redditi e investimenti – ha concluso il presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, ricordando come tappa fondamentale quella degli accordi con gli Stati Uniti-TTIP –  la priorità è rafforzare le condizioni per la crescita della domanda estera, che entro il 2020 dovrà valere il 50% sul totale della nostra produzione”.

Roberto Martinelli

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