L’olio italiano tra frodi e difesa della qualità

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Eurispes denuncia frodi a tutto campo. Il commento dell’oleologo Luigi Caricato.

I consumatori italiani di olio sarebbero vittime di truffe alimentari: a segnalarlo è Eurispes, in seguito dei dati raccolti nel 2° Rapporto sulle Agromafie, realizzato in collaborazione con Coldiretti, secondo cui “dietro al paravento di marchi sedicenti italiani ed etichette fuorvianti, vengono commercializzati oli di oliva di bassissima qualità, spesso ottenuti attraverso la raffinazione degli oli importati” afferma Gian Maria Fara, presidente Eurispes.

Partiamo dalle quote di import-export: per il 2012 le esportazioni hanno segnato un -183mila tonnellate, mentre la quantità maggiore di olio di oliva importato risulta essere quello spagnolo con il 65,5% del totale, seguito dall’olio greco e da quello tunisino, il quale, con le sue 76mila tonnellate copre il 96% delle importazioni dai paesi extracomunitari. Secondo le analisi di Eurispes avverrebbe questo: oli grezzi provenienti da Spagna, Grecia e Tunisia vengono importati in Italia per il loro basso costo di produzione (derivante sia da metodi di coltivazione iper-intensivi che dalla scarsa remunerazione del lavoro), vengono miscelati con basse quantità di oli realmente italiani e successivamente “deodorati” (cioè trattati attraverso lavaggi chimici, non ammessi per legge per l’olio extravergine) in modo da modificarne le caratteristiche organolettiche e correggerne i difetti.

Da un controllo su aziende produttrici italiane prese a campione, emergerebbe che il 49% degli olii esaminati non sono conformi (di questi il 54% provenienti dal Sud, il 24% dal Nord e il 22% dal Centro) e il 51% conformi (27% dal Sud, 33% dal Nord e 40% dal Centro). In conseguenza di questo, continua Fara “ i produttori di vero olio Made in Italy sono costretti a una guerra di prezzi al ribasso che non si può coniugare con una qualità elevata: infatti, a fronte di un prezzo medio superiore ai 6 euro al litro per un buon olio extravergine di oliva che si possa classificare come italiano, il prezzo di un olio “deodorato” si può attestare su pochi euro al litro”.

Abbiamo chiesto all’oleologo Luigi Caricato, giornalista e fondatore di Olio Officina Food Festival, tra i massimi esperti italiani del settore oleario, di commentare le conclusioni del rapporto: “Ciò che mi turba è che il mondo dell’olio non è come lo descrivono, io sono in contatto con chi dirige gli organismi di controllo al Ministero delle Politiche agricole: i sequestri ci sono, come è giusto che vi siano, per fortuna, ma sono numeri fisiologici. Sarebbe solo il 7% del settore a essere inquinato e si tratta in ogni caso di frodi commerciali, non di sofisticazioni, che è ben altra cosa”.

Rispetto alla produzione, afferma Caricato che “sono decenni che l’Italia accusa un forte deficit produttivo, costretta com’è, suo malgrado, ad approvigionarsi dall’estero, pur di soddisfare la notevole domanda interna, oltre alle necessità dell’export. Stiamo attraversando una fase di netto declino, sul piano olivicolo. Per non parlare dell’assenza di un Piano olivicolo nazionale, sempre evocato ma mai attuato. Se non si piantano nuovi alberi, come sta accadendo da oltre un decennio, non potrà più esserci un comparto in grado di provvedere a se stesso, e a vantare, di conseguenza, un ruolo da primo piano nel mondo”.

Come si spiega dunque questo clamore? “È  grave che emerga – periodicamente, e sempre a inizio di olivagione giusto per turbare le dinamiche del mercato – il solito clamore su truffe perpetuate ai danni dei consumatori. Non è una scelta saggia. Ci sarebbe la necessità di fare il punto della situazione, ma a livello ufficiale. Il più grave danno lo subiscono i consumatori, oltre che, indirettamente, gli stessi produttori. I consumatori non per le truffe, ma per il fatto di essere costantemente disorientati a fronte di continue comunicazioni dai toni sempre estremi e immotivati, quasi a supporre che non vi sia alcuno spazio, in Italia, per un comparto oleario che sia giudicato sano, senza abusi e, soprattutto, solido sul piano etico – quale effettivamente è. È un comparto operativamente silenzioso quello dell’olio da olive, senza fermento. Per mancanza di fiducia. Perché non si investe più in innovazione, ormai. Perché non c’è un pensiero positivo che lo percorra dal di dentro. Le ombre elevate spesso a simbolo di un sistema che invece riflette un malessere mai affrontato, mai indagato a fondo. E così, per non guardare in faccia la nuda realtà, si preferisce prolungare l’agonia e gettare fango e discredito in maniera indistinta”.

Luigi Caricato invita infine tutti noi a una riflessione: “Avete mai riflettuto sul perché si stiano perdendo sensibili posizioni di mercato nel mondo, in particolare nelle nuove terre conquistate al consumo di oli da olive? Le aziende sono lasciate a se stesse, totalmente abbandonate al proprio destino. Vince chi ha una buona struttura e una strategia vincente, le altre tentano di sopravvivere, mentre di oliveti nuovi non solo non se ne piantano più, ma si abbandonano quelli preesistenti. Con queste ombre sinistre gettate per togliere luce non c’è più visione di futuro. Sarebbe il caso di non gettare più fango addosso al comparto oleario italiano. Sarebbe il caso che sia lo Stato a intervenire su questioni così delicate, ma non con i suoi dirigenti, istituendo semmai una commissione specifica composta da personalità prestigiose e integerrime, estranee a politica e associazionismo. Si tratta in fondo di far esaminare la realtà senza che vi siano intromissioni esterne. Così, in attesa di un rapporto definitivo, ufficiale e univoco, che faccia luce sul fenomeno frodi, sarebbe il caso di evitare nel frattempo il dilagare di annunci inquietanti”.

La lotta alla difesa della qualità dell’ “oro giallo” italiano, della correttezza produttiva e comunicativa è aperta.

 

Alessandra Locatelli

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