Nei progetti contano direzione e velocità. Parola dei Simpatizzanti del Vino

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simpatizzanti-vinoQuando si partecipa ad un evento in ricordo di qualcosa, il rischio di assistere alla commemorazione del bel tempo che fu è spesso elevato. Qualche volta, invece, accade di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, e di aver il privilegio di assistere ad una lezione di vita, prima ancora che di storia.
Qualche giorno fa alla Trattoria La Scaletta, in quel di Cantù, amici vecchi e nuovi si sono incontrati per celebrare l’Associazione Simpatizzanti del Vino, fondata nel 1973 da otto soci che avevano in comune il desiderio di far crescere un campo, quello dell’enologia italiana, fino ad allora dotato di scarsa attrattiva culturale.
A fare gli onori di casa, l’allora Presidente, il giornalista enogastronomico Rocco Lettieri e i primi tre oratori dell’Associazione, che sarebbero diventati tre enologi tra i più conosciuti d’Italia, Giorgio Grai, Vittorio Fiore e Mattia Vezzola.
“Negli anni 70 in Italia si conoscevano solo il frizzantino e il Lambrusco: si doveva partire da qui, dal basso, per dire «abbiamo un potenziale enorme, non accontentiamoci!»” ricorda Vittorio Fiore. “La presa di coscienza definitiva, poi, è venuta insieme a Luigi Veronelli, con lui il messaggio si recepì forte e chiaro, e oggi non abbiamo più alcun complesso di inferiorità nel mondo, men che meno con i francesi, con i quali la sfida è aperta non sulla qualità o quantità, confronti ormai obsoleti, ma sulla tenuta dei vini nel tempo: loro la possono dimostrare perché hanno vini con una storia di vita più lunga. Noi lo dimostreremo.”
“L’enologia italiana datata quarant’anni fa era questa: pesante, sporca, non controllata. Vivere il Rinascimento del vino italiano è stato emozionante” continua Mattia Vezzola. Umiltà ed esperienza erano alla base del confronto, e il confronto ha portato conoscenza e cultura. La funzione del passato, svestiti i panni dei ricordi, è questa: capire cosa c’era e perché non c’è più, sotto una luce critica e con la voglia di andare a conoscere e a capire. Lo spiega benissimo Giorgio Grai: “Oggi manca lo scambio di idee, il dire «ho questo problema, come lo hai risolto tu?» Non ci si chiede come si fa e che cos’è: sono diventate due domande fuori moda. La ricerca del miglior artigiano è diventata cosa sottovalutata, omologata, sostituita dall’arroganza della distribuzione che preventiva cosa l’umanità deve ingurgitare.”
La sfida che invoca Grai chiama all’ordine le coscienze: riuscire a far credere che può non essere così, che la scienza deve tornare ad essere al servizio del nostro corpo e non del capitale. “Davanti a due filoni di pane compriamo quello che costa meno, non leggiamo, non chiediamo, non ci incuriosiamo per sapere come è stato fatto, per pigrizia. La lievitazione, per esempio, è frutto di sapienza e mestiere, e il mestiere è il risultato dello studio, del background familiare e di un lavoro specifico, oggi spariti. Oggi, quando ho una certificazione ho tutto.”
È dalle nostre pigre abitudini che nasce e fa fortuna il cibo spazzatura: il futuro allora, secondo Vezzola, “è nelle mani delle mamme, nella loro capacità di analisi critica qualitativa, da trasferire ai figli: se un bambino oggi mangia del cibo buono e fatto bene vivrà in un ambiente più sano. Abbiamo bisogno di consumatori esigenti e tutto nasce con l’insegnamento.”
E con l’osservazione: “Ai giovani dico sempre: rubate da me, da chi ne sa di più, abbiate l’umiltà e il desiderio di chiedere, di andare a leggere la tradizione millenaria del nostro Paese” esorta Grai. “Forse così arriveremo a non parlare più di «bollicine», parola senza significato e omologante, ma daremo il giusto nome, il giusto valore e merito alle cose. E forse avremo più cuochi, più executive chef, e meno «decoratori di piatti».”
Esperienza, affinamento dei saperi, affinità da coltivare, e coraggio: quello che questi Signori si portano sulla pelle e che hanno una gran voglia di riconoscere sulla pelle delle nuove generazioni. Ma oggi c’è ancora spazio per osare? La risposta perfetta ce la fornisce  Mattia Vezzola: “Nei progetti contano due cose: la direzione e la velocità. Dobbiamo aver paura della nostra stupidità, non dei cinesi, e guardare avanti meno spaventati e più consapevoli del nostro valore.”
Proviamo a non deluderlo?

Alessandra Locatelli

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