Saranno davvero gli insetti il cibo del futuro?

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Sono economici, ecosostenibili, un’ottima fonte di proteine e, assicurano in molti, pure di gusto. Insomma, di punti a loro favore per entrare a pieno titolo nei nostri piatti cavallette, grilli & C. parrebbero averne più di uno. Non per niente, negli ultimi tempi una domanda rimbalza con insistenza: saranno proprio loro, gli insetti, il cibo del futuro? C’è chi è pronto a scommetterci.
Certamente si tratta di un tema sul quale, a poche settimane dall’apertura di Expo Milano 2015, si intensificano le occasioni di confronto. Tra le ultime, il convegno ‘Insetti, cibo del futuro?’, promosso ad Ancona dall’Università Politecnica delle Marche (con tanto di assaggio da parte di oltre 130 studenti dell’ateneo), per fare il punto sulla situazione alimentare del pianeta e sulla possibilità di ampliare il consumo di insetti, attualmente condiviso da due miliardi di persone.
Sì. Per strano che possa suonare ai più tradizionalisti, oggi sono già 1.900 le specie di insetti consumate nel mondo: si tratta soprattutto di coleotteri (31%), lepidotteri (18%), api, vespe e formiche (14%), cavallette e grilli (13%), cocciniglie e cimici (10%). E a chi storce il naso incredulo, Nunzio Isidoro e Raffaele Zanoli, docenti della Facoltà di Agraria dell’ateneo marchigiano, rispondono mostrando quanto la nostra reticenza sia semplicemente un tabù culturale, considerato che, in fondo, mangiare ostriche crude, lumache e zampe di rana tanto bizzarro non ci pare, e che miele, propoli e pappa reale altro non sono che secrezioni delle api.
Il punto è che, come suggerisce lo stesso tema portante di Expo, tra una ventina d’anni la popolazione mondiale sarà di circa 9 miliardi e le riserve di cibo non basteranno più. Se si pensa, infatti, che nel 2012 sono stati prodotti 300 milioni di tonnellate di carne, di cui nei Paesi industrializzati si ha un consumo di 79-81 kg pro capite l’anno, si fa presto a comprendere come questi numeri siano davvero insostenibili per il pianeta. Gli scienziati, e la stessa FAO, ci dicono, allora, che gli insetti potrebbero venire in aiuto, fornendo nutrienti pari a quelli di carne e pesce e assicurando, al contempo, modi più sostenibili di allevamento.
Tanto che la domanda che intitola il libro di Jean Baptiste de Panafieu: ‘Les insectes nourriront ils la planète?’ (‘Gli insetti nutriranno il pianeta’?) potrebbe avere una risposta positiva.
Anche l’ultimo Salone del Gusto e Terra Madre di Torino hanno affrontato il tema. E molti fior di chef parrebbero pronti a infrangere ogni tabù in materia, curiosi di sperimentare gusti e consistenze inedite: senza pescare esempi troppo esotici, basti citare Renè Redzepi del Noma di Copenhagen, che non disdegna l’uso di formiche e cavallette, o David Faure dell’Aphrodite di Nizza, che inserisce volentieri imenotteri in più di una preparazione.
Esperimenti (o provocazioni?) gastronomici a parte, è ancora tutto all’inizio. Da noi forse nemmeno. Dalla normativa italiana, infatti, gli insetti sono definiti “prodotti senza storia significativa di consumo” e con una circolare il Ministero della salute ne ha vietato, almeno per ora, l’immissione sul mercato.

Mariangela Molinari

 

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