UE mette in mora l’Italia per il “cioccolato puro”

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ue-mora-italia-cioccolato-puroLa storia del cioccolato puro è di quelle infinite, tipica della burocrazia un po’ farraginosa con cui ci si trova a fare i conti quando si parla di Unione Europea; ma, a differenza della burocrazia italiana altrettanto caotica, le disposizioni dell’Unione Europea non si perdono nei meandri e arrivano alla definitiva approvazione.
La decisione dell’UE di mettere in mora l’Italia per non aver cancellato dalle etichette l’uso di “cioccolato puro” arriva dopo circa 10 anni dalla prima decisione, attuata dall’allora commissario europeo Mario Monti, di mettere sotto accusa Italia e Spagna per aver introdotto la dicitura “surrogato” sulle confezioni di cioccolato destinate ai mercati interni provenienti dalle aziende del nord Europa; l’Italia ritirò la norma, ma la sostituì con quella di “cioccolato puro” per le produzioni fatte dalle aziende italiane.
La battaglia durò diversi anni, fino al giugno scorso quando il governo italiano promise che nel giro di un mese avrebbe abrogato la legge nazionale. Azione mai avvenuta che ha causato la decisione dell’UE che prevede sanzioni giornaliere per ogni giorno in più della norma da cancellare.
Specificato che, per essere definito cioccolato, il prodotto può contenere fino ad un massimo del 5% di altro burro diverso da quello di cacao, resta sicuramente la preoccupazione che possano essere usati grassi di tipo vegetale (tipo quelli africani di illipe o di kokum) che non brillano certo per salutismo.
Ma non è in questo modo, ovvero eludendo una norma e pagando multe salatissime, che si difende la qualità del nostro coccolato. Se è pur vero che il consumatore di qualità sa riconoscere differenze nei minimi dettagli senza leggere l’etichetta; se è altrettanto vero che il consumatore normale percepisce in ogni caso differenze di gusto tra il nostro modo di far cioccolato da quello di altri paesi; se, infine, i veri grandi maestri cioccolatieri italiani non hanno bisogno di indicare “cioccolato puro” in etichetta e non lo fanno, resta la necessità di fare una corretta informazione.
Perché allora sprecare soldi pubblici pagando sanzioni o sostenendo battaglie perse in partenza, invece che indirizzarli verso campagne rivolte al consumatore in cui spiegare qual è il vero cioccolato? Anche così, o meglio soprattutto in questo modo, si può rimarcare la serietà delle nostre produzioni di qualità.

Luigi Franchi

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