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Cultura e ristorazione sono un diritto delle persone

Il nuovo DCPM del 25 ottobre è una strada di mezzo che non risolverà il problema dell’aumento dei contagi ma soprattutto nega l’evoluzione della società, nega che il piacere di vivere la cultura e andare a cena in un ristorante sia ormai un diritto e non un optional. È come se, per chi ci governa adesso, vivessimo ancora nel XIX secolo quando queste cose erano solo per una categoria sociale di pochi aristocratici benestanti, mentre invece cultura e buon cibo oggi rappresentano il modo di affrontare una vita che, altrimenti, sarebbe ben misera.

Invece si colpisce sempre lì, in categorie impossibilitate a difendersi perché troppo piccole, frammentate, incapaci di formare un fronte comune e, quindi, innocue. Ma si, grideranno un po’ nelle piazze, sembra che pensino i governanti; vuoi mettere se ad essere colpiti sono i poteri forti dello sport professionistico, o le grandi aziende che tengono in piedi l’economia?
È stato fatto un decreto, quello del 25 ottobre, che è un guazzabuglio di incertezze, di “forti raccomandazioni”, di punizioni per due settori, la cultura e la ristorazione che, forse più di altri, hanno investito in sicurezza durante la prima fase e che questi investimenti hanno dato risultati certi. Alcuni giornali riportano un’indagine AGIS – Associazione Generale Italiana dello Spettacolo  che cita questo dato: dai primi di giugno ai primi di ottobre, su 347.262 spettatori in 2.782 spettacoli tra lirica, prosa, danza e concerti si è registrato un solo caso di Covid. Non esiste una simile indagine nel mondo della ristorazione ma non ci sono neppure notizie di molti casi, come testimonia il grafico che pubblichiamo, prendendolo a prestito da un articolo del Gambero Rosso.

Grafico del Gambero Rosso

Però si colpisce lì. Invece di pensare a migliorare ulteriormente trasporti pubblici, scaglionamenti di orari sul lavoro e nelle scuole, elementi di reale diffusione dei contagi.
E lo si fa con ipocrisia! Cosa significa affermare che la diffusione dei contagi avviene principalmente in famiglia e quindi aprire i ristoranti di domenica serve a ridurre i pranzi familiari? Che ridicolaggine è mai questa? Cosa significa tenere aperto a mezzogiorno e non alla sera? Il virus non ha orari! Significa semplicemente una cosa; non chiudiamo del tutto così non dobbiamo sostenere economicamente la categoria! Del resto, sono ormai tantissimi i ristoranti che non lavorano a mezzogiorno e lo smart working ne ha già fatti chiudere un bel numero: non lo sa il governo?
Non sappiamo ancora quanti soldi sono a disposizione per ogni singolo ristoratore ma sappiamo bene che la categoria non è costituita solo dai ristoratori; c’è un mondo dietro a ogni ristorante, ci sono i produttori, i distributori, i trasporti del cibo. A loro si pensa?
”Le misure annunciate dal governo – afferma la FIPE – Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi -costeranno altri 2,7 miliardi di euro a un settore già allo stremo. Senza proporzionate compensazioni di natura economica, è il colpo di grazia”. E in queste cifre non sono compresi gli altri protagonisti della filiera.
Noi di sala&cucina abbiamo sempre detto che la salute degli italiani è la prima cosa a cui pensare e ribadiamo con forza questa posizione ma, proprio per questo, riteniamo questo DPCM uno strumento sbagliato, perché non risolve il problema, non affronta, se non in parte, scelte che devono essere chiare e non “forti raccomandazioni”. Perché è un insieme di norme che non guardano alla radice di una situazione gravissima ma che, con il buon senso, l’educazione e la cultura, può essere affrontata: la convivenza con il Covid. Di questo è necessario parlare, di questo abbiamo tutti bisogno di capire perché è ancora lungo il tempo che abbiamo davanti da dividere con questa maledizione!

Luigi Franchi

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