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Il cibo dell’anima

Un progetto che mette al centro la condivisione di culture diverse e prevede un percorso di formazione per le detenute del carcere di Sant’Anna

Il cibo è una risorsa sociale di grande valore.
Non è solo un mezzo di nutrimento, un motore economico, l’esito di una catena produttiva. La sua simbologia, il suo potere evocativo, la rilevanza storica e il significato culturale possono avere un ruolo centrale in tantissimi progetti per la crescita umana, del singolo e nel collettivo.



Questa premessa per raccontarvi di un bellissimo progetto emiliano – promosso dal Comune di Modena e finanziato dal Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri – che vede il cibo al centro, come mezzo di relazione e connessione, e come risorsa d’integrazione sociale.
Il cibo dell’anima nasce per accrescere il benessere fisico e psicologico delle detenute del carcere di Sant’Anna. Attraverso la condivisione di storie personali e con azioni di formazione al lavoro vero e proprio (dai laboratori di cucina a cura di Modena in Tavola agli incontri di socializzazione e animazione realizzati da Carcere città, Casa delle donne contro la violenza e Centro documentazione donna) le detenute hanno riportato alla mente e condiviso aneddoti e immagini del proprio vissuto; hanno potuto confrontarsi con realtà culturali diverse ma estremamente vicine, quali quelle delle altre detenute; acquisire spunti di riflessione e, non per ultimo accrescere la propria autostima e il senso di appartenenza.

La raccolta dei materiali prodotti (disegni, racconti, ricette e memorie personali legate al cibo) e l’elaborazione del video-documentario Il cibo dell’anima. Il cibo come condivisione di culture diverse e percorso di formazione per le detenute dal carcere di Sant’Anna rendono, in modo emozionante, le evidenze e i risultati di questo percorso.
Vi consigliamo di guardare il video (a questo link Il Cibo dell’anima)
realizzato dal Centro documentazione donna di Modena per la regia di Valentina Arena.
Il cibo dell’anima ha dato voce a una popolazione, quella femminile carceraria, che è troppo spesso invisibile ai nostri occhi.

Giulia Zampieri

https://www.cddonna.it/



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