Baladin, follie da raccontare

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Determinato, irriverente, incosciente, megalomane, schietto. In un nome: Teo Musso. Un personaggio che dal 1996, anno in cui ha aperto il suo birrificio Baladin, ha scardinato le abitudini più consolidate del tempo, e lo ha fatto in modo tutt’altro che pacato. Il suo animo ribelle è stato da sempre generatore di idee folli, apparentemente inarrivabili, ma rese inaspettatamente vere e vincenti. Tutte storie di piccole e grandi rivoluzioni quelle in cui Teo Musso è primo protagonista, storie che, tra l’altro, sa ben raccontare al suo pubblico (e non potrebbe essere altrimenti, dato in francese antico Baladin significa proprio “cantastorie”). A partire dall’aver reso Piozzo, piccolissimo paese nel cunese, di cui lui è originario, capitale italiana della birra artigianale. Teo a quindici anni rifiutava il vino, in una terra in cui Barolo e Nebbiolo sono fonte di piacere oltre che di reddito. Già a quell’età avrebbe preferito gustarsi una buona birra, magari una che assomigliasse a quella Chimay tappo blu, scovata qualche anno dopo nel frigo dello zio a Montecarlo, che lo aprì al mondo delle birra belghe e diede inizio alla sua passione per l’arte brassicola. E dato che follia non è affatto sinonimo di stupidità, bensì di un impulso irrefrenabile verso l’anticonvenzionale, oltre a opporsi alla abitudini del bere della sua terra, decise di convogliare tutte le sue forze per rendere la birra, bevanda totalmente estranea alle nostra cultura, un prodotto capito e apprezzato, studiato e amato. Sono passati quasi vent’anni da quando scelse di proporre nel suo locale, l’ormai storico Bar Piemonte, solo birre di produzione propria, e da quando si lanciò in un mercato, all’epoca ancora inesistente, con le prime due birre artigianali italiane in bottiglia, la Isaac e la Super Baladin. Due prodotti che Teo definisce “vestiti con l’abito del vino”, sia per la scelta di proporle in bottiglia, con il classico tappo a corona o in sughero (e non in fusto come si era soliti commercializzare la birra) sia per l’attenzione dedicata ai profumi e ai sapori, così da renderle “degne” di sostituire il vino a tavola, e poterle abbinare anche alle più tradizionali preparazioni gastronomiche. Geniale sì, ma non dimentichiamoci stiamo pur sempre parlando di due birre da vendere a un popolo eno-dipendente come quello italiano. Ne scaturisce una vera rivoluzione, che poteva sfuggirgli di mano, e che è invece stata accompagnata da mille altre idee e da altrettanti traguardi raggiunti: dall’invenzione del bicchiere da degustazione TeKu, che ha quasi raggiunto quota un milione di vendite, all’apertura del primo birrificio agricolo italiano, alla produzione di una linea di bevande “naturali” quali la Cola e la Cedrata, alla messa a punto di “Cantina Baladin”, un caveu che ospita le sue particolarissime birre – riserva. E oggi, ai ragazzi del Dipartimento di Scienze degli Alimenti dell’Università di Parma annuncia il suo nuovo ambizioso progetto: “Sto rilocalizzando il birrificio. Stiamo già lavorando per realizzare un luogo di produzione in cui si possano mettere in campo tecniche produttive estremamente innovative, supportate da laboratori di studio e ricerca. E non è tutto, voglio riprendere una meravigliosa cascina abbandonata e tramutarla in un museo, creando un luogo espositivo dedicato a due prodotti che in comune hanno tutto, meno che la forma: la birra e il pane.”
Una strada tutta in salita quella di Teo, che gli ha permesso di entrare nell’olimpo dei grandi rivoluzionari della nostra storia. Perché, se oggi possiamo azzardarci a dire, e non troppo sottovoce, che in Italia è in atto un fermentante movimento birraio, è in gran parte merito suo.

Giulia Zampieri

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