Enoturismo: l’Italia non perda il treno

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Lo ha ricordato e confermato pure il XII Rapporto sul turismo del vino in Italia, a cura delle Città del Vino e dell’Università di Salerno, presentato in anteprima alla Bit di Milano: non solo siamo il Paese con il maggior numero di siti Unesco (50) e circa il 50% del patrimonio artistico internazionale, ma, grazie non da ultimo a un territorio quanto mai variegato e con i più diversi microclimi, possiamo vantare anche altri primati: il maggior numero di vitigni utilizzati (200 contro gli 87 della Francia), oltre che di Dop e Igp (270).
Con una tale dote, il turismo del vino dovrebbe costituire, fisiologicamente, una risorsa straordinaria. E invece, purtroppo, ancora una volta, non è così. I motivi? Numerosi, a detta dello stesso Rapporto. A cominciare dalle croniche debolezze dovute al pesante scarto tra attrattività e competitività, per proseguire con l’assenza di un’intesa strategica tra istituzioni e operatori, la scarsità di azioni sistemiche in linea con le vocazioni territoriali e la mancanza di un approccio di marketing per target e segmentazioni di mercato. Eppure, collegandosi in modo naturale ad altre attività del territorio, l’enoturismo rappresenterebbe l’elemento ideale con cui completare l’offerta, in un’ottica di differenziazione competitiva. Spesso, invece, l’iniziativa è lasciata a quelle singole cantine che dimostrano un approccio più illuminato alla comunicazione. Con il risultato che, lontani dall’aver colto questa opportunità, siamo stati superati da altri Paesi: non solo da quelli di matrice anglosassone (Usa, Australia e Nuova Zelanda), ma pure da latinoamericani quali Cile e Argentina.
Per di più, l’enoturismo italiano è frenato da non poche debolezze anche sul fronte privato: la cronica assenza di una collaborazione sistemica tra i produttori; il mancato dialogo tra operatori turistici dei diversi settori; lo scarso utilizzo delle tecnologie e del web; la limitata capacità nella valorizzazione delle produzioni; la bassa notorietà e reputazione di alcuni territori, tranne le regioni più note.
In base ai dati della Wine Tourism Conference, gli arrivi turistici mondiali nel comparto enoturistico ammontano a circa 20 milioni, di cui solo 3 milioni in Italia. E in tutto questo non è certo stato d’aiuto il trend generale che ha caratterizzato il turismo nazionale, considerato che negli ultimi 20 anni la nostra quota di mercato mondiale del turismo si è ridotta dal 6,6% al 4,5%. Proprio in relazione a questi dati, però, l’enoturismo mostra ancor di più le proprie potenzialità (ancora tutte da mettere seriamente a frutto), visto che, in controtendenza, ha conosciuto una costante crescita.
“Il caso dell’Expo è emblematico: da grande opportunità a possibile ed ennesima occasione mancata – avverte il direttore delle Città del Vino, Paolo Benvenuti –. Il palcoscenico offerto da Expo 2015 è una chance troppo ghiotta, soprattutto perché si tratta di un grande evento focalizzato su alimentazione e nutrizione. Ma bisogna evitare che Milano sia percepita come unico luogo italiano, paradossalmente un ponte verso altre destinazioni enoturistiche europee. Bisogna invece rappresentare tutta l’Italia, anche quei territori con le viticolture minori che rischiano di essere penalizzati e dimenticati maggiormente”.

Mariangela Molinari

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