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C’è qualcosa di eroico nella vite che cresce aggrappata ai ripidi pendii della contrada medievale di Derada, a Villa di Tirano (So). Sono i terrazzamenti in muratura con pendenze del 70%, dove nasce il Nebbiolo valtellinese tipico, detto “Chiavennasca o Ciuvinasca”, alle pendici delle Alpi Retiche, dove gli agricoltori valtellinesi producono vini fin dall’ epoca carolingia. Siamo a casa di Gianluigi Rumo, protagonista quando era ancora 26enne di una piccola rivoluzione nella cantina di famiglia. Era il 2000, quando decide di espiantare i  vigneti di famiglia, reintegrando quelli non più coltivati dai primi anni ’80 divenuti bosco e sterpaglia. Un’ importante opera di ricostruzione dei terrazzamenti per poter meglio operare tra i filari, convertiti dal tradizionale “archetto valtellinese” nel metodo “Guyot”, per migliorare ancora la qualità delle uve, e conferire al vino quella particolare finezza, che deriva anche, si racconta, dal poco terreno di cui dispongono le radici. Terreni in conversione al biologico dal 2004, con sfalcio fatto a mano, senza utilizzo di diserbanti, e un’ impianto lavorato ancora artigianalmente con defogliamento, diradamento dei grappoli, raccolta, e attenta selezione manuale. La cantina di epoca medievale ospita grandi botti in legno che garantiscono al vino una fermentazione naturale e spontanea, il reparto vinificazione è dotato delle più moderne tecnologie, mentre l’ affinamento avviene in un’ ambiente sotterraneo a volta tonda ad arco, che risale al 1200, con muri spessi e rocce a vista. E’ un’ idea di vino dall’approccio naturale quella voluta da Gianluigi Rumo per esprimere il territorio, le peculiari caratteristiche e la longevità del Nebbiolo, e la gamma dei vini dell’ azienda si esprime con il Nebbiolo delle Terrazze retiche di Sondrio; il Bagai, Rosso Valtellina; il Vino di Giò, senza solfiti aggiunti; Le Filine, un Valtellina Superiore; lo Sfursat della Valtellina; e il Regiur, Valtellina Superiore, appena premiato con la medaglia d’argento dalla rivista Decanter. “Un azienda che ha molto a cuore la naturalità dei vini – afferma Francesca Traversi, pr dell’azienda – che produce esclusivamente con le proprie uve, e aderisce al biologico malgrado le limitazioni a cui si deve sottostare nella gestione dei terreni, nelle zone di confine infatti, è obbligatorio prevedere una zona franca, che delimiti la proprietà, dove non deve essere coltivato nulla”. Una zona vitata di 60.000 mq, che ha una produzione di 15000/18000 bottiglie all’anno, non presenti nella GDO, non tutti i vini vengono sempre prodotti, si decide a seconda dell’andamento dell’annata.

Per saperne di più: www.vinideigiop.it

Luca Bonacini

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