Carlo Cracco e la patata, dove sta il problema?

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Ci risiamo! Ancora una volta ci si accapiglia attorno al dibattito del giorno: è giusto o no che uno chef-icona faccia pubblicità ad un prodotto dell’industria alimentare? Prima era toccato a Ferran Adrià con la sua tortilla di chips, poi a salire sulla graticola è stato il turno di Gualtiero Marchesi con i panini di McDonalds, ora tocca a Carlo Cracco, testimonial dal 6 aprile delle patatine San Carlo.
Come se questi prodotti fossero immangiabili, antisalutistici, in contrasto con l’idea stessa di cucina. Il divertente (o il triste) di tutto questo ciacolare è che la maggioranza dei protagonisti dello sfrenato dibattito, in realtà, non ha mai varcato la soglia dei ristoranti di questi e di molti altri locali stellati. Il motivo? I più svariati, ma il principale resta sicuramente quello economico. Nessun razzismo, per carità; io stesso non ho la possibilità di spendere (e, sinceramente, non voglio) 250 euro per un’esperienza gastronomica. Ma non è questo il problema.
Il problema vero è che, nonostante ci siano 70 programmi televisivi che parlano di cibo, non cresce la cultura alimentare in Italia. E, quando si parla di cultura, vuol dire anche conoscere i processi produttivi che stanno dietro ad un alimento, vuol dire sapere cosa significa investire in ricerca e sicurezza alimentare, vuol dire conoscere le storie di persone e aziende, piccole o grandi che siano, che hanno sempre chiaro in testa la responsabilità di produrre cibo. E vuole anche dire essere consapevoli che, ogni giorno, sulle tavole italiane non arrivano le uova di quaglia! Credo che ogni tanto faccia bene ricordarlo.
Poi c’è il tema degli chef che non stanno più in cucina. Dalla Francia arriva la risposta: la fornisce Alain Ducasse quando spiega che, a capo di una ventina di ristoranti, è ben difficile stare in cucina e bisogna essere imprenditori capaci di far crescere allievi che interpretano alla perfezione la visione dello chef. Chi, tra i tanti soloni, sa distinguere quando in un grande ristorante italiano manca lo chef, dai piatti che arrivano in sala? Io no. E quando lo vedo, vedo anche il progressivo declino di quel locale, e questo significa che quello chef non è un bravo imprenditore e, di conseguenza, non potrà mai diventare testimonial di chicchessia!
E poi, diciamolo, sarà meglio assaggiare una ricetta adagiata su una patatina San Carlo o su quegli orrendi piattini ecocompatibili, con posate che ti legano la bocca, con cui si serve il cibo agli show-cooking dei grandi eventi? Spesso l’unico momento in cui i più accaniti protagonisti del dibattito #sancarlocracco assaggiano i piatti dei grandi chef.

Luigi Franchi

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