Il futuro descritto da Confesercenti non ci convince

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Di questi tempi lamentarsi della crisi è  scontato e lanciare anatemi sulla situazione economica è sempre più facile . Per aggiungere un po’ di rumor basta poco:  un indizio statistico e qualche appiglio ben congeniato e presto si crea l’attenzione e l’allarmismo desiderato nell’opinione pubblica. Fare sensazionalismo sfruttando in negativo i dati di mercato è quanto di più semplice si possa fare per chi è del mestiere, più complicato è capire le ragioni di fondo della dubbia utilità sociale se gli effetti di queste operazioni mediatiche  producono più danni che benefici.

Ci ha colpito, per esempio, una nota  dell’Osservatorio della Confesercenti  nella quale si riporta  il numero delle chiusure dei negozi di vicinato e dei pubblici esercizi nei primi mesi di quest’anno. Un dato certamente grave ma la cosa ancora più allarmante è lo scenario ipotizzato che lo accompagna. Confesercenti sostiene infatti che se il ritmo delle chiusure dei pubblici esercizi  verificatosi dall’inizio dell’anno ad oggi dovesse protrarsi fino alla fine del 2013, ci troveremmo con 43.300 attività in meno. Una “desertificazione commerciale” così è stata descritta la situazione delle nostre città nei prossimi mesi. Una situazione senza precedenti illustrata in uno scenario catastrofico che non ha paragoni col  passato. Una fotografia incredibile per generare, secondo noi, maggiore preoccupazione e  innescare un vortice di pessimismo ancora più negativo di quanto ci troviamo. Sempre nella nota si legge addirittura che se il ritmo delle chiusure rimanesse questo, nel 2023 l’Italia si troverebbe senza negozi, senza ristoranti e senza bar.  Queste parole fanno parte del testo diramato probabilmente per trovare il modo di conquistare qualche titolo sulla stampa, ma con quale risultato aggiungiamo noi, a quale scopo se non fare del sensazionalismo.  Ad una organizzazione come Confesercenti   cosa serve diffondere dati senza alcun studio concreto a supporto di previsioni poco scientifiche.

A nostro parere un’organizzazione sindacale dovrebbe leggere i dati, commentarli legittimamente, ma poi proporre o quanto meno sforzarsi di indicare le strade per uscire dai problemi, che devono andare ben oltre alle richieste di rilanciare i consumi o non applicare l’aumento Iva.  Nonostante tutto uno spiraglio di luce in questo sfortunato Paese c’è e si vede, ma noi modestamente riteniamo siano ben più di uno. Per fortuna Confesercenti  lo intravede e ne fa un timido accenno, rilevando  che dalla moria commerciale si salvano solo le zone litorali e turistiche. In una marea di dati negativi, il fatto più eclatante dopo tutto è che la risorsa principale del Paese c’è, ma si fa fatica ad ammetterlo, come se qualcuno  avesse dubbi sulle sue potenzialità. Quello che dovrebbe essere valorizzato come  il nostro petrolio naturale continua ad essere  trascurato da molti, non considerando le perdite economiche e di opportunità occupazionali che sarebbe alla portata di tutto il nostro territorio e non soltanto di quello litorale. Qui  servirebbero studi e progetti seri per dimostrare, alla politica in primis  e all’industria dell’accoglienza,  quanto sta perdendo il Paese trascurando il settore del turismo.  Si dimentica troppo spesso che in Italia questo settore vale oltre 160 miliardi di euro,  pari al 10,3% del PIL. Il turismo è di gran lunga la maggiore industria nazionale dando lavoro a 2,2 milioni di persone e  vale più dell’auto, della moda e dell’arredamento messi assieme. Noi siamo il Paese che ha più siti tutelati dall’Unesco al mondo, ma in Europa siamo inverosimilmente dietro a Francia e Spagna. E continueremo a perdere posizioni nei prossimi anni non essendo capaci di catturare i flussi turistici provenienti dai nuovi paesi dal forte sviluppo economico. Se il tempo e gli sforzi che spesso dedichiamo a costruire polemiche montate ad arte fosse impiegato a studiare e realizzare cose utili, daremmo un lucido segnale che finalmente questo Paese lo vogliamo davvero cambiare.

Roberto Martinelli

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