Italiani: popolo di poeti, santi e… gastronomi

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È l’immagine di un popolo di appassionati, intenditori ed esperti, quella che emerge dalla ricerca “Gli italiani e il cibo. Rapporto su un’eccellenza da condividere”, realizzata dal Censis per il Padiglione Italia, puntualmente presentata a Expo nei giorni scorsi da Francesco Maietta, responsabile dell’area Politiche sociali del Censis, e discussa da Diana Bracco, presidente di Expo 2015 e commissario generale del Padiglione Italia, Aldo Bonomi, direttore del consorzio Aaster, Giuseppe De Rita, presidente del Censis, e Maurizio Martina, ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.
In base, dunque, agli esiti del rapporto, sono 29,4 milioni gli italiani che si definiscono appassionati di cibo: 12,6 milioni si ritengono intenditori, capaci di discutere con cognizione di causa su preparazioni, ricette e tradizioni; mentre 4,1 milioni si considerano addirittura esperti. In quanto al vino, invece, 19,7 milioni di connazionali si dichiarano appassionati, 7,2 milioni intenditori e 1,9 milioni esperti. Insomma, pare proprio (e del resto basta accendere la tv a qualunque ora su un canale a scelta per averne la conferma) che l’enogastronomia sia il grande tema nazionale di questi tempi.
In quanto a cultura alimentare, del resto, il nostro è un Paese con salde e multiformi radici. E se per gli italiani la tipicità è fatta delle tante eccellenze dei territori, a vincere non è tanto il localismo quanto l’orgoglio nazionale, la predilezione per il complesso delle tipicità nostrane intese come garanzia di qualità e sicurezza alimentare. Tutto questo, però, si unisce anche alla voglia di sperimentare: sono 38,5 milioni, infatti, gli italiani che si preparano piatti innovativi, appresi da ricettari o programmi televisivi, mentre 29 milioni mangiano pietanze tipiche di altri Paesi europei (come paella, crepes, gaszpacho) e 25,7 milioni apprezzano ricette etniche.
Ciò che con evidenza traspare dall’indagine è il fatto che, anche negli anni della crisi, per gli italiani la ricerca della convenienza non è andata a discapito della qualità. Per l’87,6%, infatti, nella scelta di un alimento conta la tipicità e il radicamento territoriale, per l’86,3% la certificazione (Doc, Docg e Dop,) e per il 59% la marca. Un approccio che convive con la predisposizione a provare e combinare stili alimentari diversi. Tanto che a oltre 20 milioni di italiani può capitare (senza sensi di colpa né frustrazioni) di mangiare nei fast food (2,8 milioni regolarmente).
Ma che cosa rappresenta allora, esattamente, il cibo per i nostri connazionali? Salute (per il 27,9%), divertimento (26,7%) e identità (17,9%). Ma anche un’occasione per uscire e socializzare, considerato che per i 36,6 milioni di italiani a cui capita di mangiare fuori casa il motivo prevalente è la convivialità.
Il Rapporto Censis, però, fotografa pure un’altra faccia della medaglia. Complice la crisi, le distanze sociali si sono ampliate anche in ambito alimentare. Nel periodo 2007-2014 le famiglie con capofamiglia operaio hanno registrato una riduzione della spesa alimentare del 17,3% in termini reali, mentre quelle di dirigenti e impiegati del 9,7%, a fronte di una riduzione media del 12,9%.

Mariangela Molinari

 

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