La ricetta del successo delle aziende alimentari italiane

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L’industria alimentare italiana è nelle mani fidate di una classe imprenditoriale giovane e consapevole che ha saputo dimostrare la propria maturità oltrepassando le difficoltà per porre le basi di un futuro nuovo e costruttivo, lavorando su un modello di sviluppo unico che trae la sua forza dal capitale umano, dalla competenza di filiera e dal consolidamento del core business delle aziende.
Un’industria alimentare italiana sana, che seppure in un decennio di difficoltà non delocalizza la produzione, non licenzia ma cresce, affondando i piedi saldamente a terra e traendo la sua forza esclusivamente da se stessa.
Antonio Cellie, CEO di Fiere di Parma, presenta così i risultati di una ricerca condotta dall’Università Cattolica del Sacro Cuore insieme a Fiere di Parma e Federalimentare: “Gli imprenditori italiani che guidano oggi le aziende del settore sono una generazione matura e competente che ha imparato dai padri la visione necessaria ad affrontare le grandi trasformazioni epocali. Questa è una realtà ineguagliabile, poco rappresentata, ma che va assolutamente difesa e comunicata”.
Il quadro delineato dal Laboratorio UCSC/Expo LAB diretto dal professor Lorenzo Ornaghi è frutto di un’indagine elaborata attraverso un questionario strutturato sottoposto a un campione rappresentativo delle aziende italiane, con l’obiettivo di individuare le performance economiche, competitive e sociali delle aziende del sistema e i fattori che hanno consentito di raggiungere eccellenti risultati.
Delle 58.000 imprese italiane, sono state fatte oggetto della ricerca le 448 di dimensioni maggiori, per un totale di 57 miliardi di fatturato aggregato, selezionate da 13 comparti, in funzione del peso degli stessi sul settore alimentare.
Nel periodo di tempo analizzato, dal 2007 al 2013, il settore ha registrato nel complesso una crescita dei ricavi del 3,87%. I tassi di crescita più elevati si rilevano nei comparti carni, condimenti, dairy, gastronomia e pasta. Dal punto di vista della redditività il rapporto EBTDA/vendite si attesta sull’8,51% medio nei sette anni in esame con realtà differenti tra i comparti: i migliori carni, salumi e olio. Interessanti i risultati in merito alla relazione tra dimensioni-crescita-redditività. Positiva la correlazione tra dimensione e redditività nei settori pasta, dairy, snack e acqua/bevande: il maggior potere di mercato delle grandi imprese fa la differenza; non sembra esserci invece correlazione tra dimensione e crescita mentre la crescita è correlata negativamente alla redditività con l’eccezione del comparto salumi. Positiva la correlazione tra crescita e posizione finanziaria netta.
In generale, resta invariato o ridotto per la metà delle imprese il mercato domestico mentre cresce per il 70% delle imprese il mercato estero. Il 90% delle aziende risponde alla crisi investendo nell’innovazione dei processi produttivi, il 78% su r&s di nuovi prodotti e il 73% nel recupero di efficienza.
Scarso l’interesse per la diversificazione: il focus resta sul core business. Elemento importante, secondo il professor Ornaghi in quanto: “Definisce un atteggiamento da parte delle famiglie di imprenditori che dimostra la loro sicurezza sul buon livello della loro produzione e sull’intenzione di concentrarsi su di esso”.
Le priorità strategiche che emergono dall’indagine puntano prevalentemente sul livello tecnologico dell’impresa, sulla capacità produttiva, sulla qualità del prodotto e sul lancio di nuovi prodotti.
La seconda fase della ricerca tuttora in corso, sarà comunicata nei prossimi mesi e verterà sull’analisi delle strategie e del posizionamento competitivo delle imprese italiane.

Marina Caccialanza

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