Le risposte di Fipe ai problemi della ristorazione

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Abbiamo posto a Lino Stoppani, presidente Fipe, tre domande molto precise sui problemi contingenti della ristorazione.

È quantificabile con precisione a quanto ammonta la pressione fiscale nella ristorazione?

“La pressione fiscale è il vero problema italiano, con ingenti prelievi che alimentano spesso sprechi e spesa improduttiva, a danno dei bisogni di Imprese e famiglie. La riforma fiscale è indispensabile per rilanciare i consumi, e quindi l’economia  del nostro Paese, sulla quale tutti convengono, ma che è sistematicamente riscontrata con nuova e gravosa fiscalità. Nel settore, tra I.V.A., IMU, Bolli, Registro e altre imposte e tasse, stiamo raccogliendo solo inasprimenti e maltrattamenti che hanno addirittura del parossistico se riferiti alla vicenda della TAI-TARSU-TARES-TARI, la nuova tassa sui rifiuti che  si fonda su coefficienti aleatori. . Bar e Ristoranti in quanto reputate attività ad elevata producibilità di rifiuti, si vedono applicati i maggiori coefficienti, che hanno portato ad aumenti straordinari (nell’ordine anche del 400%), inaccettabili. La simulazione effettuata dalla FIPE porta ad un risultato che vede i Pubblici Esercizi pagare anche una quota del servizio per rifiuti che non producono, con un costo aggiuntivo per il settore stimato in oltre 150 milioni di Euro, che impone rettifiche al sistema di tariffazione”.

Le chiusure, con saldo negativo, sono attribuibili a questo aspetto?

Le chiusure trovano la loro spiegazione nella peggiorata produttività del settore, che incide sulla marginalità delle gestioni. Le spiegazioni sono essenzialmente di tre tipi: la concorrenza distruttiva, determinata dalle liberalizzazioni che da alcuni anni caratterizzano le politiche economiche del Paese, che sta stressando sul fronte competitivo le aziende, riducendone la marginalità oltre che a dequalificare nel suo complesso l’offerta; la crisi dei consumi, anche per la flessione dei flussi turistici che stanno interessando l’Italia, che ha portato a forti cali nei fatturati sviluppati. In presenza di costi fissi, alcuni dei quali rigidi per natura (Personale e affitti, soprattutto) il conto economico è devastato dalla struttura dei costi, non flessibile rispetto all’andamento dei ricavi; la difficoltà ad adattare le attività alle mutate condizioni economiche, innovando ed intervenendo sulla tipologia e qualità dell’offerta, non solo per le oggettive difficoltà di queste operazioni, ma anche per il basso indice di patrimonialità delle imprese e la difficoltà di accesso al credito delle PMI, che caratterizzano il settore. Influisce  ovviamente anche la pressione fiscale, che con il tema della semplificazione, costituisce una priorità per il comparto.. Parlando in maniera più specifica dei pubblici esercizi, la grande crisi, a dispetto di avventate dichiarazioni su ristoranti pieni, ha ridotto i consumi fuoricasa nel 2012 del – 2,50%, che significa una contrazione di 1,6 miliardi di euro e il dato 2013 conferma il persistere della tendenza negativa. Nel 2012 il saldo tra nuove aperture di Pubblici Esercizi (16.333) e chiusure (25.678) segna un dato negativo di 9.345 imprese  e dall’inizio dell’anno, il saldo tra imprese avviate e cessate, ammonta a – 6.219 unità. Nel 2012 il sentiment nel settore, che descrive il clima di fiducia dei Pubblici Esercizi, è ritornato sui livelli più bassi dal 2008. Dati inequivocabili ed espliciti, che se confrontati con i dati economici aggregati del Paese – P.I.L. (- 1,8%), Spesa delle famiglie – 2,40%,  tassi di disoccupazione (12,10% di cui 40% circa quella giovanile), 500mila cassaintegrati a zero ore (fonte CGIL), debito pubblico (2.068 miliardi di euro) – disegnano uno scenario apocalittico, con prospettive 2014 sconfortanti (P.I.L. ancora in discesa del – 0,70%)”.

Quali strategie propone Fipe per ridurre la pressione fiscale?

“La riduzione della pressione fiscale è l’argomento chiave di una vera politica economica del Paese. Sul tema esiste ampia dialettica, a volte anche fantasiosa nelle proposte, ma per quanto ci riguarda è indispensabile ridare capacità di spesa alle famiglie e ai consumatori, intervenendo sulle aliquote IRPEF, in particolare sui redditi più bassi. Si parla di cuneo fiscale che appesantisce i costi delle aziende e alleggerisce le buste paga di lavoratori e pensionati, ancora però con scarsa capacità progettuale. Certamente esistono i vincoli di bilancio dello Stato, che però andrebbero migliorati intervenendo sulla Spesa Pubblica improduttiva, caratterizzata spesso da sprechi. Esiste anche il problema dell’evasione, sul quale spesso al settore vengono addebitate, anche a ragione,  colpe e  scarsa diligenza contributiva, ma ancora più grave è l’elusione fiscale, che abbatte redditi imponibili o ventila introiti o dividenti verso regimi più generosi. Senso e dovere civico si fertilizzano però dando esempi di corretta gestione del gettito fiscale, combattendo gli sprechi che offendono il contribuente e vanificano gli sforzi per crescere la diligenza fiscale. Il settore al riguardo soffre, da tempo, di concorrenza sleale proveniente da sagre, circoli privati, falsi agriturismo, feste di partito, che sviluppano ingenti fatturati in regimi di esenzione o privilegiati, che il Paese non può più permettersi e che andrebbero combattuti, anche per ripristinare il principio di libera concorrenza. Migliorata la capacità di spesa delle famiglie, che avrebbe effetto moltiplicatore nell’economia, si potrebbero migliorare gli strumenti di incentivazione agli investimenti produttivi e sulla occupazione,  rilanciare la competitività turistica del Paese con una riduzione dell’IVA del settore. Sull’argomento c’è  poi un ventaglio di opzioni tutte validissime, che una politica capace ed attenta non avrebbe bisogno di suggerimenti per capirne opportunità e convenienze”.

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