Pranzare fuori deve essere un diritto di tutti

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In Italia una famiglia su tre non arriva a fine mese. Questo è il dato più evidente ed ecclatante del Rapporto della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie. Quello che è, ormai da tempo, un luogo comune nelle conversazioni si è trasformato in un dato economico certificato dal più autorevole degli istituti.

Un indicatore, quello dei bilanci familiari, che è stato introdotto per la prima volta nel 2004 e che fissava al 24,3% la percentuale delle famiglie in difficoltà. Nel 2013 quella percentuale è salita al 35,8% di nuclei che rimarcano “l’insufficienza delle proprie entrate per arrivare alla fine del mese“.

Secondo il rapporto di Bankitalia, in due anni – tra il 2010 e il 2012 – è crollato anche il reddito delle famiglie, per la metà delle quali è inferiore ai duemila euro al mese. Mentre si divarica la forbice dei ricchi che attesta come il 10%  delle famiglie italiane detenga il 46,6% della ricchezza nazionale. E, mentre il Codacons denuncia lo scandalo per cui “in questi anni questa fascia della popolazione abbia pagato meno tasse. A fronte di un incremento generale della pressione fiscale che ha riguardato tutti, infatti, questi ricchi hanno avuto, in proporzione, un aumento inferiore rispetto ai poveri e al ceto medio“, noi ci interroghiamo sulla difficoltà, o impossibilità, di una ripresa dei consumi e su come questo cambierà scenari legati al settore del fuori casa.

Lo facciamo perché è il nostro mestiere: mettere in risalto le tematiche di un settore che, di questa crisi, paga uno scotto molto pesante, con chiusure costanti di pubblici esercizi. La ristorazione è destinata a cambiare: è finito il tempo in cui si sosteneva che “tanto le persone devono pur sempre mangiare”.

Se questo è vero sotto l’aspetto nutrizionale e di sopravvivenza, meno probabile è che lo facciano mangiando fuori casa spesso. La conferma ci viene dal recentissimo Rapporto Italia di Eurispes che mette in evidenza un taglio della spesa per il pasto fuori casa pari all’81%. Ma c’è un fenomeno che ci deve allarmare ancor di più: il rischio che, pur di non rinunciare ad un momento di svago, le famiglie si orientino verso quei locali che praticano il junk food. Provate ad andare in uno di questi, dove campeggiano insegne mascherate di finta etica: con 10 euro mangi tutto quello che vuoi, ma se avanzi qualcosa paghi di più. Sono luoghi che si stanno riempiendo, al pari degli happy hour in cui i giovani (quelli più colpiti dalla crisi, secondo il rapporto) si abbuffano unendo aperitivo e cena a basso costo.

Queste situazioni sono l’avamposto di disastri nutrizionali che, in pochi anni, peseranno sul costo della sanità, con tutte le conseguenze del caso.

Che fare? Nel mondo dei consumi fuori casa un consiglio lo vogliamo dare: accelerare l’incontro di tutti i soggetti della filiera, produttori, distributori, ristoratori e, perché no, le associazioni dei consumatori per costruire una campagna di informazione sul diritto e il corretto modo di mangiare fuori casa (per necessità o per piacere), premiando chi offre un giusto rapporto tra la qualità, il prezzo, il servizio.

Roberto Martinelli

 

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