Stati “gastronomici” di allucinazione di massa

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Come definireste il successo annunciato, fortemente atteso, finalmente avverato, di un locale appena aperto, senza ancora un passaggio della critica, quella seria si intende, non quella “embedded”? Cosa porta giornalisti di importanti quotidiani nazionali ad usare aggettivi “stellari” per cuochi che, invece, non lavorano in ristoranti insigniti di tale riconoscimento? Perché ci si ostina a ritenere infallibili alcuni professionisti della ristorazione, i quali, seppur bravi, possono sbagliare, ma, per certi soloni, invece, no? Cosa spinge a dare per assodato che i gridolini su twitter, tanti gridolini, tanti gridolini tutti insieme, nel corso di un evento, un aperitivo, una cena, siano segno indelebile di successo?
Come chiamare tutto ciò? Stati di allucinazione di massa… gastronomici, però.
Uno stato che porta a vedere ciò che non c’è o ciò che si vorrebbe vedere a tutti i costi, ma anche una condizione voluta, strumentalmente portata avanti, allo scopo preciso di coltivare la propria vera o presunta, anzi più presunta che vera, “vippaggine”, dove la referenzialità è specchiata, dove il veder riflessi se stessi nell’immagine di un cuoco è utile ad elevare la propria visibilità.
Le colpe, comunque, sono un po’ da entrambe le parti, perché, se, fino a pochi anni fa, c’era solo un cuoco il cui nome, Gualtiero Marchesi, divenne quasi sinonimo del mestiere, al punto di essere preso a prestito anche dal fumetto Topolino, oggi, quando ancora è lui il primo, alcuni, peraltro ottimi professionisti, assurgono agli onori della cronaca più per ciò che dicono che non per ciò che cucinano. Legittimo e rispettabile, finché, ed ecco l’altro lato della medaglia, i recensori, i reporter gastronomici, non giocano anch’essi al girotondo con l’oggetto della loro cronaca per avvalorare la propria appartenenza a questo circo.
Siamo, dunque, perduti?
Ancora no, c’è qualche speranza, perché c’è ancora gente seria in giro che lavora con rigore, perché ci sono cuochi che si stanno rendendo conto che c’è chi li sfrutta ad esclusivo proprio vantaggio, non solo mediatico, ma, più prosaicamente, per somministrare la loro maestria in eventi e banchetti il cui rendiconto va in una sola direzione… in cambio di “tanta visibilità”.
Cuochi più accorti e comunicatori più discreti e rispettosi possono invertire la brutta rotta che si è presa e salvare quello che potrebbe essere il settore più bello e efficace per l’economia del nostro Paese se solo ci risvegliassimo da questo stato di allucinazione di massa che ci ha preso e lavorassimo tutti insieme con maggiore trasparenza.

Aldo Palaoro

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