Insetti commestibili, gli italiani sono favorevoli

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Pensavamo di aver lasciato gli insetti a Expo. No, non sono rimasti in fila davanti al padiglione del Giappone; li avevamo lasciati nel Future Food District dove il Centro Studi per lo Sviluppo Sostenibile aveva creato per l’occasione una mostra visitata in 6 mesi da 1 milione di persone. E dove, al Padiglione dell’Unione Europea, era stata presentata la proposta italiana sull’utilizzo degli insetti commestibili: The White Paper of Edible Insects, sviluppata in collaborazione tecnica con la FAO.

L’argomento aveva suscitato un certo scalpore e già nel 2015 aveva sollevato interrogativi inquietanti, stimolato riflessioni profonde.

Viviamo in un pianeta sovraffollato, sempre più affamato e stressato. Duemila anni fa la popolazione terrestre era di circa 300 milioni di persone, oggi gli abitanti della Terra sono 7 miliardi, 1milione di loro soffre la fame, e entro il 2050 si arriverà a 9 miliardi. Cosa succederà se, come è probabile, le risorse alimentari saranno insufficienti? Mancherà il cibo, l’acqua, i gas serra soffocheranno il pianeta. Da più parti crescono gli appelli ad adottare misure che possano mettere riparo a questa situazione perché è evidente che le conseguenze di questo sovraffollamento saranno un aumento considerevole delle proteine necessarie per nutrire tutti, uomini e animali, ci sarà sempre meno terra a disposizione per produrre cibo, aumenteranno sia le produzioni intensive e lo sfruttamento delle risorse esauribili sia l’inquinamento.

Il Centro per lo Sviluppo Sostenibile, guidato da Andrea Mascaretti, e la Società Umanitaria in collaborazione con l’Università IULM hanno esaminato, seguendo la linea tracciata a Expo, la possibilità di utilizzare gli insetti come fonti di alimentazione, in considerazione della liberalizzazione all’allevamento e alla vendita di insetti commestibili e prodotti derivati che entrerà in vigore nel 2018 in base alla decisione dell’Unione Europea.

Una strada percorribile, già imboccata da Olanda, Belgio, Svizzera e Francia, che si apre ora anche in Italia grazie al nuovo regolamento per il Novel Food approvato a Strasburgo.

Una strada che apre anche a nuovi mercati, particolarmente interessanti dal punto di vista economico. Uno scenario ampio che già ha coinvolto diversi attori in attività di ricerca, e non solo scientifica, come importanti multinazionali e chef famosi. È recente, per fare un esempio, la vittoria del giovane pasticcere Giacomo Besuschio al Dolce del Futuro Award con una barretta energetica, prodotta nel laboratorio della pasticceria di famiglia ad Abbiategrasso, realizzata con una percentuale di farina di grillo dalle proprietà proteiche elevate; la prova che pasticceria artigianale e innovazione scientifica possono coesistere.

Ma vediamo cosa ha rivelato questa prima fase della ricerca condotta dagli esperti allo scopo di indagare sul possibile favore della popolazione italiana verso questo tipo di alimentazione, sia che si tratti di “materia prima” al naturale o di prodotto derivato. Prima di tutto cerchiamo di capire perché proprio gli insetti rappresentino una possibile soluzione al problema. Ebbene, le 1900 specie di insetti commestibili note presentano un’alta efficienza di conversione nutrizionale, ridotta produzione di gas serra, ridotto utilizzo di acqua, energia e suolo e, inoltre, il loro allevamento non entra in competizione alimentare con l’uomo. Dagli insetti si possono produrre farine proteiche, integratori alimentari, creare micro allevamenti nei Paesi in via di sviluppo. Una risorsa finora ignorata essenzialmente a causa di atteggiamenti culturali, paure, preconcetti che appaiono sinceramente banali e superati di fronte ai vantaggi che offre, come dimostrano i risultati dell’indagine: più del 47% degli italiani interpellati si dichiara favorevole alla liberalizzazione; tra coloro che amano i cibi etnici la percentuale sale al 57%, al 50% tra chi ritiene importante il rispetto per l’ambiente e al 49% tra chi fa abitualmente viaggi all’estero. Gli uomini sembrano essere di mentalità più aperta delle donne: il 58% contro il 42%. Naturalmente le percentuali calano quando la domanda entra nel personale: vorrebbe provare l’esperienza di mangiare insetti? Il 28% degli interpellati risponde positivamente, 38% uomini e 21% donne. È abbastanza evidente che i più favorevoli sono i giovani, più aperti alle novità, mentre i nati prima degli anni sessanta manifestano qualche perplessità in più. Quali insetti? Perché non sono tutti uguali e alcuni di loro proprio non risultano invitanti. Sembra che il 22% degli italiani siano disposti a mangiare formiche senza problemi; il 24% mangerebbe tarli e camole ma solo se presentati sotto forma irriconoscibile e il 4% dichiara di aver già provato le cavallette.  Posso offrire la mia esperienza personale e dico che la pasta o le polpettine ottenute da farina di camola che ho assaggiato a Expo al padiglione del Belgio non erano niente male. Ma in fondo, diciamolo, cos’hanno gli insetti di diverso dai crostacei o dalle rane, o dalle moèche, piatto forte a Venezia? Non mangiamo forse il miele che è prodotto dalla digestione delle api?

È un problema culturale, liberiamoci dai tabù, facciamolo per il pianeta.

Marina Caccialanza


Foto da: http://www.izsvenezie.it

 

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