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Campania, terra vulcanica di vini pregiati

Sotto le vigne campane si estende la roccia vulcanica che conferisce alle uve mineralità e sapidità.

In queste terre si producono vini di grande qualità. La Campania vitivinicola svela la sua natura profonda e la sua personalità prorompente.

Insieme a Luciano Pignataro, giornalista ed esperto di enogastronomia e Vittorio Festa, enologo della Cantina La Fortezza di Torrecuso, conosciamo la Falanghina Doc Sannio e l’Aglianico Riserva Enzo Rillo.

Un bianco e un rosso, la Falanghina e l’Aglianico, vitigni noti e apprezzati sul territorio, sfuggono alla massa dei consumatori e restano specialità confinate nell’area campana e del sud Italia a causa forse della poca comunicazione intrapresa, forse della scarsa collaborazione tra i produttori che rifuggono da azioni collettive per limitarsi a gestire ognuno il proprio lavoro.

Questo penalizza il mercato contenendo i prezzi e limitando la diffusione.

“L’enologia campana è un’enologia di nicchia – afferma Luciano Pignataro dando avvio a una masterclass coinvolgente – su 42 milioni di ettolitri prodotti in Italia, la Campania contribuisce con solo 1,2 milioni circa, a seconda delle annate. È l’unica regione dove la domanda supera l’offerta, specialmente negli ultimi 4 anni quando il successo del turismo, soprattutto napoletano, ha avuto un’impennata importante”.

Le caratteristiche dell’enologia campana dipendono essenzialmente dal suolo vulcanico che, tranne a sud del Cilento, è il risultato di vulcani attivi o in continuo movimento. Tutti conosciamo il Vesuvio e ricordiamo la storica eruzione di Pompei, verso il mare dunque, ma pochi sanno che è l’area alle spalle del vulcano quella maggiormente interessata. I fenomeni vulcanici hanno influito sulla conformazione del suolo che all’interno della regione presenta tali caratteristiche che hanno riscosso l’attenzione di molti dalla Napa Valley al Cile, territori simili e paragonabili.

Il versante est del Parco Regionale del Taburno-Camposauro, dove si trova la cantina La Fortezza, dell’imprenditore Enzo Rillo, è un alternarsi di vigneti, boschi e piccole radure che il lavoro del contadino non ha deturpato ma valorizzato con coltivazioni di uve idonee alla produzione di vini in linea con gli elevati standard della provincia di Benevento.

La seconda caratteristica saliente è il clima: la viticoltura campana è viticoltura del freddo. Irpinia e Sannio sono zone dove l’escursione termica – favorevole per le viti – è intensa. Nel Sannio si concentra il 64% della produzione della Campania determinandone il paesaggio e concentrando in un’unica area vitivinicola 3 grandi cantine sociali e una corona di piccole cantine che producono un reddito importante, non da integrazione. Non è un caso se da qui passano due grandi vie romane del vino: la via Latina e l’Appia.

L’enologia italiana moderna ha attraversato fasi alterne per molto tempo fino alla crisi del metanolo degli anni settanta che ha segnato una rinascita e ha riportato i vini italiani alla qualità che meritano. “Abbiamo investito in qualità – afferma Pignataro – migliorato le produzioni e oggi stiamo raccogliendo i frutti di queste azioni, anche nel successo dell’export.

Nel Sannio, nel corso degli anni, la specializzazione si è rivolta principalmente verso due vini: Falanghina del Sannio Doc e Aglianico del Taburno Docg che impegnano nella  coltivazione delle uve e nella loro produzione quasi tutte le aziende del territorio”.

Spiega Vittorio Festa: “Osservare l’evoluzione di questi vini nel corso dell’invecchiamento è molto interessante. Per quanto il processo sia controllato, la magia del vino resta fondata nel tempo e nelle stagioni che ne determinano il gusto. Gli interventi in cantina, qui a La Fortezza ma ovunque, sono ridotti. In Italia abbiamo una sensibilità altissima verso la chimica e oggi la tecnica del freddo, che un tempo non esisteva, ci permette di lavorare in modo naturale senza problematiche”.

Vini bianchi di grande longevità, lavorati in acciaio, senza spalla di legno, che nel corso dell’evoluzione acquistano valore. La Falanghina, interpretata in questo modo, sviluppa complessità e diversi aspetti, offre enormi soddisfazioni. È un vitigno versatile adatto sia alla produzione di vini fermi sia all’appassimento in vigna e per formare la base di spumanti. La sua struttura acida forma l’impalcatura per la sua longevità. Contrariamente all’abitudine corrente di consumare i vini bianchi nell’annata di produzione – per cultura e praticità – la Falanghina raggiunge la sua migliore espressione dopo almeno 2/3 anni, intorno ai 5 anni dà il meglio di sé. Vino lineare, pulito al naso, ha un gusto acido ben equilibrato, sapido e piacevole.

L’Aglianico, vino strutturato ottenuto da uve tardive, ha bisogno di almeno 5/7 anni per maturare: 10 anni è la sua massima espressione quando la componente fruttata piacevole e immediata lascia spazio alla mineralità e ai toni fumé che danno complessità olfattiva ed equilibrio al palato.

Difficile e scontroso, l’Aglianico non è semplice da gestire in vigna e in cantina. Fa parte della famiglia dei vini strutturati italiani e questo è fonte di problemi commerciali. Se la bianca Falanghina ha pochi competitor, il rosso Aglianico al contrario ha competitor dappertutto, dalla Calabria alla Sicilia, dalla Puglia alla Toscana e al Piemonte. L’Italia, paese di vini rossi, è competitiva e complessa. L’Aglianico ha caratteristiche peculiari ed è un vitigno identitario, va capito per essere apprezzato.

Irpinia, Taburno e Vulture le aree vocate, e con 3 Docg, risente della concorrenza che influisce sui prezzi e del fattore tempo: devono passare anni prima che il vino rosso raggiunga la sua maturazione e per le cantine la gestione è difficile.

Sono l’importanza del territorio, la natura delle uve, il clima a determinare la qualità, dunque, come ci spiegano gli esperti: “Il vino si fa in vigna, la cantina interviene ma non è lei che dà l’impostazione”. La Campania, terra vulcanica, di caldo e di freddo, di suolo fertile è maestra per chi coltiva e lavora i suoi frutti. Conclude Festa: “In cantina non si fa mai la stessa cosa, si cambia in molti modi, per rispettare la natura della materia prima, per dare al vino, ogni volta, un timbro. Il vino è soggetto al divenire del momento, è materia viva”.

Marina Caccialanza

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