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Federico Samaden: è tempo di iniziare a parlare seriamente di ospitalità

  • Ospitalità è un bene comune, un patrimonio collettivo.
  • Tutti possono essere ospitali, a prescindere dal ceto sociale.
  • Il sorriso è lo specchio dell’ospitalità.
  • Ospitalità è un sentimento verso l’altro, è volere il suo bene.
  • Ospitalità è un grande costume civile, uno stile che unisce gli uomini.
  • Ospitalità è uno scambio di emozioni, un’esperienza di uguaglianza.
  • Ospitare è un abbraccio infinito che unisce gli uomini.
  • Ospitalità è amare ed essere orgogliosi del proprio territorio.
  • Ospitalità è sostanza attraverso la forma.
  • Ospitalità è servire con dignità.

Questi sono gli elementi del manifesto fondativo di Ospitalia, un’associazione aperta che nasce dal pensiero di Federico Samaden, dirigente dell’Istituto Alberghiero Trentino, che ha raccolto attorno a questo progetto, inizialmente, alcuni amici, Stefano Ravelli e Giovanni Rovelli, e poi soggetti partner come Provincia Autonoma di Trento, Comune di Roncegno, la Feltrinelli, Oasi Zegna, Menz & Gasser, FAI, Ranstadt, Zanussi Professional, Activart, Azienda di Promozione Turistica Valsugana, Hotel Tourism Campus, A.D.A., B.I.M. Brenta, Meridiani Montagne, Oronero, Hotel Domani e noi di sala&cucina.

Convegno organizzato dall’Istituto Alberghiero Saffi di Firenze

Un manifesto che, in questa intervista, verrà svelato passo dopo passo, cominciando con una domanda essenziale: come è nata e cosa si propone di fare Ospitalia?
“Ospitalia nasce dall’osservazione privilegiata che ho, da dieci anni a questa parte, grazie al ruolo di dirigente scolastico alberghiero che ricopro, rispetto al mondo dell’ospitalità. Questa osservazione è stata condizionata dal pregresso, da quello che ho fatto prima di essere dirigente di una scuola, da fondatore e gestore della sede trentina della Comunità di San Patrignano. Da allora ho sempre diviso il mio tempo con gente che cresceva, più o meno faticosamente, e questo mi ha portato a guardare la vita con una grande e diversa attenzione, cercando di costruire strade vere di realizzazione per quelli che vengono dopo di noi. Quindi, quando ho osservato con questo sguardo e con questo cuore ciò che accadeva nella mia scuola mi sono reso conto che tutto era incentrato sul cibo, sui prodotti, sulla cucina e non si spendeva nessuna parola su una cosa che io ritengo fondamentale: l’ospitalità!”
Un argomento che, forse, oggi riscuote qualche parola in più, ma che non è ancora al centro dell’attenzione come dovrebbe essere…
“La conseguenza peggiore del non parlarne mai come di un’opportunità reale di lavoro e di vita, ha portato i ragazzi, che all’età di 14 anni al loro ingresso a scuola sono facilmente condizionabili dai media ad esempio, a scegliere la strada della cucina. La conseguenza di queste scelte è che il mercato della ricettività, che ha una percentuale maggiore di persone che si dedicano all’accoglienza e alla sala, è entrato in una crisi profonda di personale adeguato e formato. Questo grande squilibrio sta allarmando le aziende che, ogni anno, affermano di non avere capitale umano per far fronte alle richieste”.

Studenti al convegno di Firenze

Una situazione che è abbastanza drammatica, se si pensa che il turismo in Italia è una delle industrie che ha più futuro…
“Esatto. A questa prima osservazione ne segue una seconda, ancor più preoccupante. Infatti, anche quando si sviluppa una filiera formativa sull’ospitalità il tema viene trattato solamente sotto l’aspetto tecnico, non è abbastanza. È indispensabile un approccio culturale all’ospitalità, e questa mancanza rischia di creare profili che non bastano alla qualità del sistema. Non viene spiegata la radice culturale dell’ospitalità, quella che fa capire a un ragazzo che l’ospitalità è la vera rivoluzione in questa epoca: è il mestiere di desiderare il bene degli altri. Ma nessuno glielo dice. Da queste due osservazioni privilegiate ho deciso che non potevo stare fermo, dovevo fare qualcosa che non poteva essere un semplice progetto di scuola. Dovevo affrontare in maniera complessiva il problema, partendo dal concetto che l’ospitalità è integrata alla bellezza, all’arte, allo stile, quindi con quanto di più ricco c’è in Italia. Solo così si valorizza l’ospitalità, dandole spessore umano, dicendo a gran voce che l’ospitalità è gioire dello star bene delle persone”.
Da queste tue riflessioni nasce dunque Ospitalia: ma con quali concreti obiettivi?
“Inizialmente ho chiesto una mano ad alcuni amici: Giovanni Rovelli, titolare di Activeart, e Stefano Ravelli, amministratore delegato di Valsgana Lagorai, per coniare il brand Ospitalia e fare un primo convegno dove raccontare questa cosa. Il workshop, fatto nel dicembre 2017 a Levico, doveva marcare la differenza tra le centinaia di incontri che si fanno sul turismo e tracciare subito il tratto identitario di Ospitalia, la prima relazione fu affidata ad Alessandro Martinelli, un teologo della diocesi di Trento, a cui abbiamo chiesto di parlare dell’ospitalità nelle tre religioni monoteiste, per far capire a tutti che volevamo fare cultura. A lui è seguito l’intervento della Società dei Territorialisti, una onlus di urbanisti, sul tema del territorio bene comune. Infine è stata la volta di Marco Rossi Doria, maestro di strada e ex-sottosegretario all’istruzione, che lavora da sempre con ragazzi difficili, e gli abbiamo chiesto di parlare di scuole ospitali. Volevamo iniziare a parlare seriamente di ospitalità come motore di sviluppo del territorio e ci siamo riusciti”.
Cosa serve a un territorio per essere definito ospitale?
“Questa è la grande domanda che sottende alla missione di Ospitalia. A cui aggiungerei come facciamo noi, individui, con il nostro impegno, con le nostre relazioni, a contribuire affinché il nostro territorio diventi più ospitale? Dopo il primo convegno abbiamo cominciato a procedere con l’obiettivo di espandere, fuori dal Trentino, questi concetti. Abbiamo creato il collegamento con Re.Na.I.A., la rete nazionale degli istituti alberghieri. Poi abbiamo incontrato e coinvolto soggetti che trattano il tema della bellezza e del paesaggio, quali Oasi Zegna e il FAI; quello della cultura, coinvolgendo la Feltrinelli. Abbiamo cominciato a far crescere Ospitalia, creando un manifesto fondativo e dividendo in tre aree il nostro impegno. La prima area è la cultura dell’ospitalità dove, attraverso i convegni e la comunicazione, si parla dei valori primari dell’ospitalità, di quella rivoluzione a cui ho accennato prima. La seconda area è quella che individua i modelli di azienda che possono accompagnare questa crescita ospitale nei luoghi. Qui si apre un grande dilemma: invasione o crescita equilibrata dei territori? Noi siamo per una crescita che incrocia l’identità dei luoghi, perché l’ospitalità è strettamente collegata con l’anima dei luoghi. Ci interessa la loro dimensione umana, perché i ragazzi che vi crescono possano assorbirne l’anima per trovare più facilmente il senso del loro vivere. La terza area riguarda l’impatto economico dell’ospitalità; la nostra era è completamente definita dal turismo, lo dice Marco D’Eramo, autore de I selfie del mondo, ospite di uno dei nostri convegni. Il turismo è la più grande industria del secolo a livello mondiale, ma proprio questa dimensione va governata con un approccio ampio dove far capire che non è solo il denaro che conduce la vita degli uomini a pensare allo sviluppo delle proprie terre. È un elemento importante, produce benessere, ma serve anche un’etica delle imprese, servono imprenditori illuminati che possono guidare lo sviluppo. Questo è un grande tema che ne apre uno ancora più importante: se si forma una cultura rinnovata del modello di ospitalità, quali sono le filiere formative necessarie?

I ragazzi dell’Alta Formazione dell’Istituto Alberghiero Trentino

E qui si apre un tema sulla capacità della scuola di essere al passo con i tempi…
“La scuola, oggi, è l’ultimo avamposto eroico dove fare cultura ed educazione. Oggi però la scuola non è al passo né dal punto di vista culturale né professionale, perché le scuole hanno la  presunzione di essere depositarie dei saperi che non corrisponde più alla contemporaneità. Non c’è sufficiente ricambio del personale docente e questo incancrenisce il metodo di insegnamento. I modelli formativi sono spesso scollegati dalle necessità del mercato e, inoltre, alla scuola viene chiesto sempre di più di essere sostitutivo delle componenti di educazione che le famiglie abbandonano. Da un lato un mercato sempre più veloce, dall’altro famiglie che scaricano figli sempre meno seguiti; questo mix impegna le scuole oltre le proprie capacità, rallentandone lo sviluppo. Eppure la scuola è veramente l’ultima spiaggia dove agiscono persone eroiche, ma non è abbastanza e non è questo. Perché è sempre una situazione di emergenza e anacronismo, ma guai a non averla. La scuola deve essere lenta per dare risposte importanti ai bisogni dei ragazzi, lo studio è lento per natura, però nel frattempo devi essere veloce rispetto al mercato. Queste riflessioni sono il cuore di Ospitalia che vuole costruire luoghi di apprendimento in sintonia con l mercato; senza sostituirsi alle scuole ma stimolarle sui temi dell’ospitalità e costruire percorsi formativi più efficaci. Bisogna immaginare una scuola che fa un pezzo, un sistema di alta formazione con una governance mista con l’impresa e, infine, il mercato”.
Esiste un progetto concreto di Ospitalia in questa direzione?
“Si. Stiamo percorrendo la nascita di Ospitalia Academy, che parte dall’esperienza trentina di un corso di alta formazione per creare profili di manager dell’ospitalità che abbiano caratteristiche che rispondano a un approccio culturale legate all’arte, alla bellezza e allo stile. Abbiamo poi lo strumento dell’impresa formativa già esistente: si chiama Blooming, è un’impresa sociale a Trento figlia del pensiero di Ospitalia, e ha l’obiettivo di potenziare le competenze dei ragazzi tramite contratti di lavoro e sistema duale. Guarda ai ragazzi con un occhio educativo e ha come stakeholder gli imprenditori che possono attingere al capitale umano presente in Blooming”.
Di fronte a queste idee e a questi progetti di Ospitalia come reagiscono i ragazzi?
“Siamo appena all’inizio, il laboratorio sperimentale delle idee di Ospitalia è stata la mia scuola, nelle sue sedi di Levico e Roncegno, poi adesso ha cominciato a trovare altri laboratori come l’istituto alberghiero Saffi a Firenze. Cosa ho fatto nella mia scuola per verificare le idee e i progetti? Ho cominciato a parlare con i ragazzi, appena iscritti a 14 anni, con un discorso sull’ospitalità come la intende Ospitalia e loro restano spiazzati dal sentire che è un mestiere per gioire del bene degli altri, perché nessuno mai gli ha parlato in questo modo. Poi gli dico che devono farsi il letto appena svegli, perché tutto parte dalla cura della casa come grande elemento di crescita della qualità dell’ospitalità in quel territorio. A scuola, per questo, abbiamo ospitato i moduli di economia domestica, insegnando la cura con l’attenzione alla sostenibilità. Idee che vengono sperimentate in accordo con il FAI e l’Associazione Maggiordomi Italiani. Una volta messi a punto i moduli Ospitalia li proporrà a tutte le scuole, tramite Re.Na.I.A., in maniera molto libera”.
Come intendete sviluppare il rapporto con il mondo del lavoro?
“Attraverso il sistema duale che, per legge, è in tutta Italia, per cultura e DNA però è solo da noi in Trentino e nei paesi nordici. Ospitalia ha messo insieme un gruppo di lavoro per realizzare un manuale d’uso del duale e offrirlo a tutte le scuole. Cosa è il duale? Un sistema dove si completa l’architettura del processo formativo, educativo e professionale, permettendo ai ragazzi, dal quarto anno di scuola, di andare a lavorare nelle imprese dell’ospitalità. I saperi diventano quelli dell’azienda e i ragazzi si formano di più, sempre accompagnati però dalla scuola”.

Gli studenti del ristorante didattico di Roncegno Terme (TN)

Hai detto prima che questi mestieri dell’ospitalità sono troppo condizionati solo dall’aspetto tecnico; cosa proponi in alternativa?
“Proponendo un qualcosa che i ragazzi percepiscano di valore! Sta qui la differenza. Una mise en place perfetta non è sufficiente, fa parte di un lavoro ben fatto ma quel ragazzo può dare molto di più. Se gli insegno solo cose tecniche farò di lui un semplice esecutore, mentre chi lavora nell’ospitalità deve essere un agente culturale del territorio. Deve avere la bellezza come componente essenziale del suo vivere: un concetto di bellezza che sta nei gesti semplici e nelle cose vere. Il cibo è svendibile, con il marketing puoi far diventare straordinario un prodotto misero. Con l’ospitalità, invece, nessuno può essere preso in giro. Si percepisce immediatamente se sei o meno ospitale, non c’è nessuna bolla speculativa. Per questo, ad esempio, abbiamo alzato il profilo del cameriere, chiamandolo me-te, mediatore territoriale, collegando a questo un preciso piano formativo, fuori dalla scuola, con moduli di degustazione che ti insegnano tutto sui prodotti del territorio, andando a fare, ad esempio, i formaggi e conoscendo la vita della stalla, oppure con sessioni di public speaking per imparare a raccontare al cliente tutto quello che quel territorio può offrire, in modo sartoriale e intimo. Costruendo anche il portfolio della bellezza; c’è un museo, devi visitarlo per saperlo raccontare”.
Cosa diventerà Ospitalia?
“L’obiettivo è farla diventare una fondazione, partecipata da chi ci crede, ma resterà sempre un luogo libero di pensiero e contaminazione continua, a patto che al centro ci sia sempre il futuro dei ragazzi e dell’ospitalità dei territori”.
Luigi Franchi

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