Social food

Usare un’immagine per comunicare, facile pensarlo oggi quando Instagram è più apprezzato di Facebook, che a sua volta è preferito a Twitter.
Facile pensarlo oggi nell’era della comunicazione digitale, dove, sui giornali online, si scrive sempre di meno, fino ad arrivare all’esagerazione di un puzzle di foto con scarne didascalie.
Provate, invece, per un momento, a fingere che Internet non esista, cosa per i più giovani difficile da immaginare, ma più semplice da ricordare per chi ha superato i 40.

Torniamo insieme all’immediato dopoguerra, un momento difficile, ma animato da grande vivacità, in ogni campo, un momento di ripresa di tutte le attività interrotte durante il conflitto mondiale. La comunicazione  soprattutto quella pubblicitaria, stava per vivere anni dorati, grazie ad una produzione che diventava di massa e doveva raggiungere più clienti possibili. Anche il turismo decollava e con esso nasceva l’esigenza di formare una nuova categoria di addetti che trovò luogo deputato nelle prime scuole alberghiere.

Una di esse, la Scuola di Stresa, tra le prime in Italia, nata nel 1938, fu il palcoscenico dove recitarono i migliori protagonisti della formazione professionale alberghiera italiana del tempo, dove si diplomarono, nei decenni, i migliori professionisti del settore, dove nacque l’idea di una scuola che simulasse l’attività di un albergo. Un luogo unico che ebbe molta fortuna e creò molte fortune. Una di queste fortune fu il passaggio a Stresa di un artista, Pietro Ricci, da tutti conosciuto come il Capitano Ricci, essendo in effetti un cartografo della Marina Mercantile che si stabilì nella Perla del Lago Maggiore quando l’Istituto ove insegnava dovette spostarsi durante la guerra.

Il Capitano Ricci aveva un talento che lo fece apprezzare al di là del suo mestiere di cartografo, sapeva, infatti, esprimere un concetto in modo magistrale, grazie alla sua matita, saggia, pungente e ironica.

L’incontro con la sagacia e la competenza del preside della Scuola Alberghiera, Albano Mainardi, visionario formatore della Scuola di Stresa, lo portò ad insegnare anche colà e generò, come lascito eterno, una collezione di stampe uniche, una Galleria di dotti consigli, un nucleo di insegnamenti straordinariamente ficcanti per semplicità e completezza, fissati pittoricamente in una sorta di power point ante litteram.

Le Tavole del Capitano Ricci adornano quasi al completo le pareti della Scuola di Stresa e sono, ancora oggi, un monito didattico perpetuo agli allievi che la frequentano, che salgono e scendono le scale, percorrono i corridoi, un prolungamento degli insegnamenti che, in ciascuna classe, i docenti impartiscono ogni giorno.
La forza delle immagini nel trasmettere dei messaggi era allora, agli albori della comunicazione pubblicitaria, ben chiara a chi la produceva, che fosse per reclamizzare un prodotto o per descrivere un servizio.

Mainardi, insieme al giornalista Ambrosini, con l’ausilio di Ricci e di alcuni allievi dell’epoca, compresero questa forza e la usarono per agevolare il percorso didattico degli studenti della Scuola di Stresa.
Ne nacque un compendio di suggerimenti su tavolozze da usare dapprima per il Corso Libro di Turismo, allargandosi poi, inevitabilmente, a tutti i servizi alberghieri insegnati a Stresa.

Ho definito il lavoro di Ricci l’Instagram del ‘900, perché l’impatto che generano, ancora oggi, quei quadri, appesi alle pareti del Maggia di Stresa, è paragonabile, ai giorni nostri, all’impatto che hanno le immagini pubblicate su quel social network.

L’uso dell’immagine è oggi quasi parossistico nell’intenzione di comunicare qualcosa al mondo intero, invasivo, eccessivo, ma il messaggio che ciascuno di noi vuole trasmettere alla fine è importante quanto il mezzo usato, l’immagine. L’uso dell’immagine del Capitano Ricci era elegante, sottovoce, ma potente ed eterno.

Grazie al permesso concesso dalla Scuola Alberghiera di Stresa, depositaria delle Tavole, inizierà su Sala & Cucina, la pubblicazione a puntate delle quelle più rappresentative della Galleria del Capitano Ricci, con l’obiettivo dichiarato di commentarle, riportandole ai giorni nostri e, a chiusura del cerchio, dar loro evidenza proprio su Instagram.

Aldo Palaoro

Credit: Istituto Erminio Maggia: riproduzione concessa in esclusiva

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