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Psicosi ai tempi del sovranismo alimentare

gli effetti del sovranismo alimentare

Desolazione, indignazione, delusione. Sono questi i sentimenti provati ieri sera quando, come promesso, mi sono recato a cena in uno dei tanti ristoranti della Chinatown milanese.

Desolazione per il vuoto cosmico di una strada, via Paolo Sarpi, sempre piena di gente a tutte le ore, soprattutto nei momenti della giornata deputati al pranzo o, ancor più, alla cena. Altro che 50% di calo denunciato dagli esercenti, il crollo di presenze è verticale e rasenta l’80%. Basta guardarsi in giro, come avevo già percepito due giorni prima, quando le prime avvisaglie degli effetti nefasti di una psicosi per gli occhi a mandorla si stavano prefigurando e, facendo volutamente tappa a uno degli street food più in voga e sempre affollati, mi rendevo conto amaramente che non c’era praticamente nessuno in fila.

Indignazione per il comportamento di una buona parte di popolazione che, senza alcuna concreta motivazione, sta disertando in massa un pezzo di città che, ironia della sorte, è addobbato per le celebrazioni del capodanno cinese, dagli stessi organizzatori dignitosamente annullati per solidarietà verso i propri concittadini lontani ai quali hanno scelto di destinare l’intera somma allocata per la festa. La beffa oltre al danno, perché noi italiani, mi vien da pensare quelli di “prima gli”, al posto di essere solidali a nostra volta, gli stiamo volgendo le spalle. A nulla è servito l’appello di Comune e Camera di Commercio con l’Assessore Tajani fotografata mentre si gustava un fumante Ramen in compagnia di Francesco Wu, in rappresentanza dell’intera comunità cinese di Milano.

Delusione che anche Milano di cui siamo fieri e amiamo la narrazione di una città nobile, dal cuore in mano, contenga al suo interno i germi di un atteggiamento di chiusura che diventano, questi sì, virus della paura, dell’ignoranza.

Il nostro è un magazine che si occupa di ristorazione e di questo stiamo parlando, di una vergognosa psicosi, alimentata da giornalisti che si dimenticano troppo spesso la deontologia professionale per qualche clic in più, ma, soprattutto, cavalcata da una politica avventata che, pur di aumentare il proprio consenso, calpesta chiunque.

La ristorazione, infatti, è il settore che viene colpito maggiormente, come già era successo ai tempi della Sars (scrivemmo della reazione su queste pagine). Diversamente da allora, però, oggi, la velocità della comunicazione è tale da provocare danni enormi, immediati, incalcolabili e a lungo termine, perché, se, a seguito della crisi, la risposta degli esercenti cinesi fu un esemplare campagna di relazioni pubbliche a lungo termine con vantaggi per tutti, per primi i consumatori milanesi, che beneficiano oggi di una varietà e qualità di insegne e cucine asiatiche paragonabili solo a città come New York e Londra, ora, ai tempi del sovranismo applicato a ogni risvolto della vita quotidiana, la violenza dello tsunami rischia di travolgere moltissime attività.

Non c’è niente di peggio di una paura incontrollata che, peraltro, sta accomunando tutte le insegne asiatiche, cinesi, giapponesi, coreane, perché quando si è ignoranti non si è neppure capaci di distinguere le provenienze etniche e l’occhio a mandorla è sufficiente per scatenare la psicosi.

Noi, nel nostro piccolo, continueremo a denunciare questi comportamenti, continueremo a invitare i nostri lettori a cenare nei ristoranti asiatici, come prima, più di prima, almeno nella fase di picco della paura, come abbiamo fatto mia moglie e io e come, senza alcuna sorpresa, ma, anzi, con la bella consapevolezza che chi si somiglia si piglia, hanno fatto altre coppie di amici incontrate dopo cena in Paolo Sarpi e che erano appena uscite dal loro ristorante preferito, raccontandoci di aver dovuto consolare la proprietaria che li aveva accolti con gli occhi umidi, ringraziandoli per aver scelto di cenare da loro nonostante la situazione. Ci rendiamo conto di come un nostro piccolo gesto può cambiare le cose in negativo o in positivo?

Aiutiamoli, aiutiamoci, a superare questo momento di desolazione, indignazione e delusione.

Aldo Palaoro

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