Salvatore Salvo: la pizza è la stessa, ma il suo mondo si è evoluto

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Se Enzo Coccia ci ha aiutato a tracciare i momenti più importanti della storia della pizza degli ultimi 100 anni, con particolare riferimento agli ultimi 40, Salvatore Salvo riprende, idealmente, il racconto e ci conduce negli ultimi dieci anni di storia della pizza. Cresciuto in un famiglia di pizzaioli da tre generazioni,  Salvatore Salvo, 35 anni, è un giovane dall’ aspetto affabile e gentile; non è solo un pizzaiolo ma un imprenditore che in pochi anni, insieme al fratello e socio Francesco, ha creato un modello di successo che ha ispirato molti altri giovani pizzaioli.  L’ occasione per parlare con lui è stata l’ apertura della Pizzeria Salvo a Napoli città, ad un passo dal lungomare, ma la storia dei fratelli Salvo nasce altrove, in un’ altra Napoli potremmo dire: quella della provincia difficile, quella San Giorgio a Cremano che diede i natali a Massimo Troisi e che poi è tristemente divenuta nota alle cronache per storie di emarginazione e malavita. Forse l’ unicità di questa storia sta proprio in questo luogo di partenza, indubbiamente difficile, dove la famiglia Salvo ha avuto il coraggio di investire e crescere. Un’ evoluzione che lui stesso ci racconta.

“Mia nonna paterna, Rosa, 50 anni fa faceva le pizze fritte nel Rione Barra come Sofia Loren nel film ‘L’oro di Napoli’; ora le cose sono cambiate parecchio, la pizza è la stessa ma il mondo che le gira intorno si è evoluto. Si tratta innanzitutto di una rivoluzione culturale. Una volta si diventava pizzaioli da piccoli, spesso per sfuggire alla scuola o per aiutare la famiglia: si finiva per non terminare gli studi e per questo motivo la maggior parte dei pizzaioli erano persone ignoranti, senza una base culturale che potesse permettere un’ evoluzione professionale. Oggi il pizzaiolo è una figura professionale molto differente: spesso è un imprenditore e nella sua pizza c’è un pensiero. Oggi c’è molta formazione dietro questo mestiere”.

Tu e tuo fratello Francesco  lavorate insieme, volevate entrambi portare avanti la tradizione di famiglia?

“All’ inizio no. Abbiamo studiato entrambi per fare altro: Francesco è diventato ingegnere  edile, mentre io ho compiuto gli studi di liceo  scientifico, stavo per iscivermi a Giurisprudenza e guardavo al mondo della politica. Furono proprio le parole dell’ allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che mi aprirono la mente: Ciampi invocava il bisogno di manodopera in Italia, che andava scemando. Oggi sono soddisfatto della mia scelta: vedo molti miei coetanei che ancora non hanno un posto di lavoro adeguato alle necessità mentre io ho rischiato ma ho raggiunto  obiettivi importanti. Con la nostra pizzeria a San Giorgio, e ora con questa in città, abbiamo creato 44 posti di lavoro, di cui 15 pizzaioli”.

La tua famiglia è impiegata nella pizzeria da tre generazioni, quando è avvenuta  il vostro passaggio da pizzeria tradizionale e pizzeria d’ avanguardia?

“La mia personale rivoluzione è avvenuta circa 8 anni fa. Come ho detto, la nostra pizzeria era già conosciuta e apprezzata, ma insieme a mio fratello Francesco abbiamo deciso di evolverci e offrire un prodotto migliore. Siamo partiti dagli alimenti delle farciture e abbiamo iniziato a scegliere prodotti  di qualità e legati al territorio: pomodoro del Piennolo,  il salame artigianale del macellaio, abbiamo usato la patata del Taburno invece che una patata comune. Abbiamo trovato piccoli produttori di eccellenze e siamo stati veicoli promozionali l’ uno dell’ altro. Abbiamo pensato che dietro i sapori ci fosse una cultura del territorio che andava raccontata. Siamo stati innovativi nel creare una carta degli oli extravergine da abbinare ai vari tipi di pizza.  Inoltre, abbiamo cambiato la proposta tradizionale delle pizzerie: mentre ovunque trovavi la birra Peroni, noi abbiamo iniziato a proporre la birra artigianale. Naturalmente, questa innovazione degli ingredienti ha portato all’ aumento del food cost ma abbiamo lasciato invariato il prezzo finale al cliente; anche se il nostro guadagno diminuiva, questa scelta ha contribuito a far conoscere la nostra filosofia di pizza.

Si delinea,  così, il sistema- Salvo che ha fatto scuola. Promuovere il territorio è stato il nuovo inizio, dopo quali ritieni che siano stati i momenti importanti  della tua storia professionale?

“Indubbiamente, l’ incontro con l’ alta ristorazione e la cucina stellata è stato un punto di svolta. Il 2012 è stato l’ anno in cui sono iniziate importanti collaborazioni: Nino Di Costanzo, Antonino Cannavacciuolo, Davide Oldani, Gennaro Esposito, Salvatore Bianco e Luigi Salomone sono alcuni  degli chef con cui ho avuto il piacere di collaborare. Da loro ho appreso le tecniche per esaltare gli elementi e anche il concetto di armonia, di estetica, che sulle pizze non era mai stato fatto”.

In questi ultimi anni abbiamo assistito ad un boom di aperture di pizzerie in città e sembra che la tendenza non voglia arrestarsi: tu come la pensi al riguardo?

Sono ottimista. Al riguardo, faccio riferimento alle parole pronunciate dal Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che ha parlato di un ottimo momento per il turismo partenopeo , in forte sviluppo come non era mai accaduto da 20 anni a questa parte.  Il flusso turistico in città ha superato quello di Roma, la capitale, e questo è un ottimo motivo per investire in città”.

Voi però siete partiti dalla provincia..

“Si e ne siamo orgogliosi perché abbiamo  svolto il nostro lavoro ma abbiamo dato anche un contributo importante per rilanciare alcune zone periferiche abbandonate al proprio destino. Quando abbiamo investito in provincia, a San Giorgio a Cremano, erano altri tempi; adesso  si fa molta fatica e tante attività chiudono”.

Invece come vivi il fatto che la pizza non sia più esclusivamente napoletana ma che abbia anche altre interpretazioni regionali?

“Se la pizza riesce a trovare nuove espressioni per me è una bella cosa. Apprezzo tanti pizzaioli oltre a quelli napoletani  e mi spiace che ci sia poco tempo per confrontarsi. Quello che mi preoccupa davvero è la “cattiva pizza”, quella che si trova soprattutto all’ estero e che viene spacciata per napoletana e che ci fa una pessima pubblicità”.

Oggi si parla tantissimo di farine, impasti speciali, lievitazioni e il mondo della pizza a volte appare anche un po’ complicato. La pizza dei fratelli Salvo com’ è?

“Per l’ impasto abbiamo una nostra ricetta di famiglia realizzata con un mix di  farina fornitaci dal Molino Caputo; come da tradizione napoletana si tratta di un impasto con oltre il 70% di idratazione, poco lievito, poco sale. L’ impasto viene poi fatto riposare per 24 ore a temperatura ambiente. All’ impasto noi diamo la priorità: anche nella fase finale stiamo attenti, lo lavoriamo  velocemente, l’ impasto deve mantenere una sua porosità e stiamo attenti anche a non aggiungere farina  al momento di infornarla, altrimenti si rischierebbero bruciature”.

Parliamo ora di questa ultima creatura, la pizzeria al centro di Napoli. Questo locale, ad impatto, è la sintesi  perfetta dell’ evoluzione della pizzeria contemporanea, a cui i fratelli Salvo hanno dato un apporto importante.

Interni ampi, 210 posti a sedere, compresi quelli del dehor, arredi  eleganti, carta dei vini ricercata che comprende anche etichette africane,  e soprattutto una carta delle pizze con 18 proposte da i gusti classici a quelli più ricercati pensati dai fratelli Salvo.

Manuela Di Luccio

Pizzeria Salvo
Riviera di Chiaia, 271
80121 Napoli
Tel. 081 359 99 26

www.salvopizzaioli.it

 

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