Anche uno show-cooking può dare origine a una fake-news

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“A diffondere le fake-news non sono gli algoritmi, ma le persone”. Mi ha offerto lo spunto per questa lettera aperta l’affermazione che Francesco Paulo Marconi, giornalista portoghese responsabile Ricerca e Sviluppo di Wall Street Journal, ha fatto nel corso del suo speech al Festival internazionale del giornalismo di Perugia.
Se ci pensiamo bene è questa, purtroppo, la nuova frontiera che il dilagare delle occasioni di informazione favorite dal web sta creando: tutti possono dire e scrivere tutto.
Basta un blog e si diventa giornalisti, che ricevono inviti a conferenze stampa e convegni, a cui inviare comunicati stampa, da invitare ai press-tour. Basta registrare un dominio e da lì inondare il mondo di liberi pensieri o, peggio, di notizie false che tanto, prima o poi, qualcuno intercetterà rilanciandole fino a farle diventare virali e dunque credibili.
Non voglio con questo entrare nella diatriba se è meglio la carta stampata o il web. Su questo credo che la carta stampata, non fosse altro che per i costi di produzione, ha qualche possibilità in più di essere attendibile.
Ma il problema vero è la qualità del giornalismo, è la capacità di cambiarne necessariamente il ruolo, mantenendosi fedele alla natura di questa professione che significa: rispettare la ricerca e approfondire la verità.
Due aspetti che richiedono tempo, chiavi di lettura, relazioni autentiche e non virtuali, una buona istruzione e la capacità di raccontare in maniera chiara e trasparente. Situazioni ben diverse dall’essere connessi a tempo pieno.
Sul numero di luglio di sala&cucina raccontiamo storie di persone, chef e imprenditori, che non si possono in alcun modo racchiudere in un post e che necessitano di tempo per essere raccolte, scritte e poi lette; un tempo di riflessione che, purtroppo, è sempre più sacrificato in nome dell’essere onnipresenti.
Noi abbiamo scelto di averlo questo tempo per conoscere e raccontare e, come spiego sempre ai collaboratori della rivista e del nostro sito, non c’è niente, nel giornalismo gastronomico, di così urgente da essere sempre connessi, da partecipare a tutti gli eventi a cui siamo invitati.
Anche perché, a quegli eventi, molto spesso va in scena qualcosa che non corrisponde alla vita reale dei tanti operatori della ristorazione che, ogni giorno, si dannano l’anima per resistere nel loro ideale: lavorare, anche tantissime ore al giorno, per ristorare e fare felici le persone.
Se ne stanno accorgendo anche gli chef più blasonati e famosi che bisogna restare nel proprio ristorante una volta di più. Per fortuna!
Non apparteniamo alla categoria di quelli che vogliono vedere lo chef inchiodato ai fornelli quando andiamo al ristorante; se la cucina italiana è oggi la migliore del mondo è anche grazie al fatto che gli chef viaggiano alla scoperta di altre cucine, di nuovi prodotti, di relazioni con gli artigiani del gusto.
Siamo però innegabilmente contenti nel sentire, sempre di più, gli chef patron affermare: “Devo restare al ristorante, perché la mia brigata ha bisogno di me, i miei clienti hanno piacere di parlare con me. Sto riducendo gli impegni ai vari show-cooking a cui sono invitato”.
O come, pochi giorni fa, proprio durante uno di questi show-cooking, sentire uno chef che invita il pubblico a non valutare in base a ciò che stava assaggiando ma ad andare al ristorante per capire la sua idea di cucina. Perché anche un piatto assaggiato ad uno show-cooking può dare origine a una fake-news.

Luigi Franchi

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