La vera risposta è riusare, aggiustare invece di buttare

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Il grande parlare che si fa sulla plastica, presentata come il principale killer del pianeta, è la prova provata della sconfitta dell’intelligenza umana. Il killer del pianeta è l’umanità, non la plastica. La plastica è una di quelle strepitose e geniali invenzioni che qualche umano ogni tanto fa, e che poi una volta in mano al popolo  diventano armi di distruzione di massa. Come l’alcool, l’automobile, la televisione, e ora  internet, la droga di massa che sta creando miliardi di solitudini onanistiche. Dare colpa dell’inquinamento alla plastica  e come dare colpa ai coltelli se esiste l’Isis con i suoi trucidatori. Allora, cari chef, se così è deponete anche voi  le armi.

La plastica è una invenzione meravigliosa. Permette di fare forme neanche immaginabili con qualunque altra tecnologia produttiva, e neanche possibili in natura.  È economica, perché usa il minimo necessario di materiale, è leggera, flessibile e al contempo resistente, è versatile e piacevole a vedersi, tutte doti che apprezzeremmo moltissimo in una persona, no?

Prendiamo il famigerato sacchetto della spesa: per produrlo occorrono pochissime piccole palline di polimeri, ma è in grado di contenerne centinaia di migliaia! Non è una magia? Gli antichi di una cosa del genere ne fecero addirittura un mito, quello di Didone, la regina di Cartagine, che approdata sulle coste libiche  ottenne dal re locale il permesso di stabilirsi lì, prendendo tanto terreno “quanto ne poteva contenere una pelle di bue”.  Lei tagliò la pelle in tante striscioline e le dispose in una fila lunghissima,  in modo da delimitare quello che sarebbe stato il futuro territorio della città.

“Già, ma non è ecosostenibile!  Perché non si può riciclare!”. A parte il fatto che ormai esistono diversi tipi di plastica molto ben riciclabili, vogliamo parlare di una delle più grandi mistificazioni dei nostri tempi, per non chiamarla truffa ideologica? Si chiama riciclaggio. Che del resto è già un termine ambiguamente sinistro. Di quella che è l’indiscutibile necessità di risolvere uno scempio causato dagli umani, altri umani ne hanno fatto una fiorente business. Ora, ditemi se è logico: il povero sacchetto della spesa, oggi sostituito da uno  biodegradabile (per fare il quale, detto per inciso, si deforesta l’Indonesia), viene poi riempito da caterve di prodotti confezionati in plastica: un etto di cotto + un etto di polietilene.  Ho visto addirittura dei mandarini sbucciati confezionati in un blister di plastica, roba da demenza allo stadio terminale.

Proprio in questi giorni una grande azienda che distribuisce prodotti per la casa mi ha chiesto, in quando designer, di trovare una soluzione al problema che ogni anno buttano via circa 200mila pallets, i bancali in legno che servono al trasporto delle merci. Avete idea di quante centinaia di  milioni ne vengano mandati al macero ogni anno in tutto il mondo? Quanti milioni di alberi abbattuti saranno? Così ho scoperto che c’è una bellissima ditta che fa dei pallets in PP, alias polipropilene, riutilizzabili quasi all’infinito, robusti, leggeri, impilabili. E ho sottolineato riutilizzabili perché questo è la vera ecologia, riusare e, aggiungo, aggiustare invece di buttare.   Ma se così si facesse, entrerebbe in crisi l’intero sistema economico mondiale. Ma sarebbe poi davvero una tragedia?

Arch. Massimo Mussapi

nella foto un negozio di Londra costruito con bottiglie di plastica

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