sala&cucina intraprende il viaggio dentro agli istituti alberghieri

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 “Gli esami dei vostri figli stanno per iniziare, so che sperate che i vostri figli vadano bene. Ma per favore ricordatevi che tra gli studenti che siederanno per fare gli esami c’è un artista che non capisce la matematica, c’è un imprenditore a cui non interessa la storia, c’è un musicista i cui voti in chimica non saranno importanti, c’è una persona sportiva il cui allenamento è più importante della fisica”.
Questa frase è estrapolata dalla lettera che un preside ha scritto ai genitori di una scuola di Singapore, dall’altra parte del mondo. Perché la cito?
Perché troppo spesso sentiamo parlar male delle scuole, soprattutto in ambito professionale. Sono recenti le polemiche sollevate da episodi di bullismo e il dibattito che ne è scaturito su chi debbano ricadere le colpe: genitori o docenti. Già questo dualismo ci piace poco e sarebbe di gran lunga più utile che queste figure si parlassero un po’ di più.
Ma quello che proprio non ci piace è quando sentiamo o leggiamo che, per restare nel nostro ambito, gli istituti alberghieri non formano i ragazzi, che i metodi di insegnamento sono arcaici, che gli stessi ragazzi scelgono questo indirizzo perché è un luogo dove si mangia, e via di questo passo.
In una parola non ci piace quando si generalizza, si fa di tutta l’erba un fascio, si distrugge a prescindere.
Gli istituti alberghieri restano il luogo dove si formano le figure professionali di uno dei settori economici che possono garantire un futuro all’Italia; partiamo da questa visione per provare a ridefinire ruoli e competenze, piani di studio e proiezioni occupazionali.
Sappiamo che c’è un grande bisogno di operatori di sala, in questo momento. Sappiamo che chi è bravo davvero, un posto nel settore dell’ospitalità lo trova di sicuro. Così come vediamo spesso che, partendo dagli studi alberghieri e di ristorazione, molte persone hanno imboccato strade diverse nel mondo del food & beverage.
Se lo scenario è questo, e restiamo convinti che è una garanzia per il futuro, perché c’è questo tiro al piccione sugli istituti professionali dell’ospitalità?
Abbiamo quindi deciso di intraprendere un viaggio dentro gli istituti alberghieri, restando almeno due o più giorni con i docenti, con gli studenti. Abbiamo chiesto ai dirigenti scolastici di aprirci porte e cassetti, trovando ampia disponibilità.
Il viaggio comincia, su questo numero della rivista (che potete scaricare qui) e proseguirà nei prossimi mesi, da Ferrara dove la nostra giornalista ha trovato esattamente quello che cercava: persone che credono, a volte ostinatamente, in quello che fanno.
Non è un racconto edulcorato, bensì il resoconto di come funziona davvero un istituto professionale, con le complicanze burocratiche, la scarsità di fondi, le regole e il rigore, la passione che fa superare i limiti.
Le andremo a cercare le meglio scuole e ve le racconteremo, sperando che possano fungere da emulazione per tanti.
Torno alla  frase di quel preside di Singapore che esorta ad una mente aperta, al dialogo e alla tolleranza, con un invito a chi accoglie i ragazzi in stage o nel rapporto di alternanza scuola-lavoro: non perdete la pazienza, aiutate a crescere i ragazzi che vengono da voi. Motivateli! E confrontatevi con chi, ogni giorno, per l’intricato periodo dell’adolescenza se li prende in carico cercando di fare altrettanto. Per insegnare quello che, da qualunque parte lo si guardi, è considerato uno dei mestieri più belli del mondo: quello di accogliere e far star bene le persone.

Luigi Franchi

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